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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Biden investe in infrastrutture, ma servono più materie prime

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Biden ha presentato un piano sulle infrastrutture da oltre duemila miliardi di dollari in otto anni. Ma sulle materie prime necessarie è in vantaggio la Cina

Il George Washington Bridge, che è in fase di ricostruzione pluriennale a New York City, New York, Stati Uniti, 30 marzo 2021. REUTERS/Mike Segar

Mercoledì 31 marzo il Presidente americano Joe Biden ha presentato un grande piano sulle infrastrutture da oltre duemila miliardi di dollari in otto anni. Chiamato “American Jobs Plan”, avrà il compito di riattivare l’economia degli Stati Uniti dopo la crisi del coronavirus attraverso la costruzione di opere e la creazione di posti di lavoro.

Al di là degli obiettivi domestici – e delle eventuali difficoltà di approvazione: ai Repubblicani non piace l’idea di un aumento delle tasse –, il piano ha al suo interno anche una forte componente geopolitica. Gli investimenti pubblici nelle infrastrutture serviranno cioè ad ammodernare l’America e a prepararla alla competizione tecnologica e manifatturiera con la Cina.

Non è speculazione, sono cose che ha detto Biden: il suo piano creerà “l’economia più forte, più resiliente e innovativa al mondo”; “ci renderà più competitivi nel mondo, promuoverà i nostri interessi di sicurezza nazionale e ci metterà nella posizione di vincere la competizione globale con la Cina”.

La competizione industriale con la Cina

Le transizioni ecologica e digitale di cui si parla molto anche in Italia sono di fatto parte di una rivoluzione industriale che prevede non soltanto un progressivo distacco dalle fonti fossili in favore delle rinnovabili, ma anche lo sviluppo di nuove tecnologie, il ripensamento di alcuni processi industriali e la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento.

Nel piano di Biden c’è tutto questo. Accanto alle spese per la riparazione di infrastrutture “classiche” come strade e ponti ci sono infatti investimenti per la crescita del settore dei veicoli elettrici e l’installazione di 500mila stazioni di ricarica, per la modernizzazione della rete elettrica (che dovrà essere in grado di gestire l’intermittenza delle rinnovabili), per la produzione di semiconduttori (che sono componenti fondamentali per tanti settori, e di cui al momento c’è carenza nel mondo).

Nella sua prima conferenza stampa, il 25 marzo scorso, Biden aveva detto di voler evitare il sorpasso economico cinese e che “gli Stati Uniti continueranno a crescere e a espandersi”. Per farlo, Washington dovrà dominare la nuova industria della sostenibilità. Microchip a parte, Pechino è in vantaggio: già produce quasi i tre quarti dei moduli fotovoltaici di tutto il mondo, il 45% delle turbine eoliche e il 69% delle batterie per le auto elettriche.

Ma più che inseguire la Cina in quelle aree in cui è già leader, l’amministrazione Biden vuole che l’America punti sulla ricerca, in modo da garantirsi il primato sulle nascenti tecnologie per le energie pulite. Il piano propone investimenti in soluzioni innovative da 35 miliardi di dollari, di cui 15 in progetti per lo stoccaggio su larga scala, per l’idrogeno, la cattura del carbonio, la separazione delle terre rare, l’eolico offshore galleggiante e il nucleare avanzato. Solo alla mobilità elettrica sono stati dedicati 174 miliardi.

La geografia politica è sempre stata influenzata dalle connessioni, e dunque dalle infrastrutture: le vie di trasporto, i sistemi energetici, quelli di telecomunicazione. Si è parlato non a caso della “connettività competitiva” come della corsa alle armi del XXI secolo. Per vincere la sfida con la Cina, in effetti – un Paese che investe moltissimo in connessioni, anche all’estero –, Biden vuole dotare l’America di infrastrutture più qualitative e robuste, rinforzando il mercato interno attraverso la manifattura e l’occupazione.

Le risorse economiche messe sul piatto sono grandi, come lo è l’ambizione del Presidente. Il sogno di Biden per il rinascimento manifatturiero americano e il ritorno della produzione in patria è però di difficile attuazione (o almeno così si è rivelato finora). Un riassetto radicale delle filiere, oltre che complicato, può inoltre essere dannoso per la stessa competitività delle merci.

La questione delle materie prime

Il successo del piano di Biden dipenderà dall’accesso alle materie prime necessarie alla costruzione di infrastrutture. Anche in questo, la Cina è in vantaggio: è in vantaggio sulle terre rare utilizzate nei dispositivi elettronici e nelle turbine eoliche, ad esempio; ma anche sul cobalto, la grafite e il litio necessari alla fabbricazione di batterie.

Ma forse il metallo più importante per l’industria della sostenibilità è il rame, per le sue ottime qualità di conduttore di elettricità e calore. Ne serviranno quantità enormi, se il mondo – non soltanto l’America e la Cina – vorrà costruire più stazioni di ricarica per le auto elettriche e più sistemi di energia rinnovabile.

La Cina importa dall’estero circa l’85 per cento del rame che consuma. L’anno scorso però, nel momento più critico della pandemia di coronavirus, Pechino ha approfittato dei prezzi bassi per acquistarne in grandi quantità (6,7 milioni di tonnellate). Secondo gli esperti, stava facendo scorta.

Stando alla società di consulenza CRU Group, gli Stati Uniti avranno bisogno di 110mila tonnellate all’anno di rame per ogni mille miliardi di spesa in infrastrutture. Intanto, i prezzi del metallo sono cresciuti moltissimo rispetto all’anno scorso: adesso si scambia a circa 9mila dollari a tonnellata, ma la compagnia di trading Trafigura prevede che arriverà a 15mila dollari entro il prossimo decennio.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
GUALA
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