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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Terre rare: i Five Eyes puntano sulla Groenlandia

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Un think tank britannico ha invitato il gruppo Five Eyes a collaborare con la Groenlandia per garantirsi un accesso sicuro alle terre rare

Il ghiacciaio Helheim vicino a Tasiilaq, Groenlandia. REUTERS/Lucas Jackson

Il think tank londinese Polar Research and Policy Initiative (PRPI) ha invitato il gruppo Five Eyes – l’alleanza di intelligence tra Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda – a rafforzare i rapporti con la Groenlandia in modo da garantirsi un accesso sicuro ai cosiddetti minerali critici, fondamentali per l’economia e la sicurezza nazionale. Tra questi rientrano le terre rare, un gruppo di diciassette elementi dalle tante applicazioni, anche in settori strategici: si utilizzano ad esempio per produrre gli smartphone, le tecnologie per le energie pulite (come le batterie o le turbine eoliche) e i veicoli militari (come i caccia americani F-35).

La geopolitica delle terre rare

Attorno alle terre rare si è sviluppata una grande questione geopolitica legata al fatto che circa l’80% della loro offerta mondiale – una percentuale che tende a oscillare a seconda delle analisi – è controllata da un solo Paese: la Cina.

Gli Stati Uniti e i loro alleati guardano allora con preoccupazione alla dipendenza da Pechino, considerato il valore strategico di questi metalli: temono cioè che la Cina possa impugnare la sua dominanza sulle terre rare come un’arma geopolitica e sospenderne le esportazioni. I Paesi colpiti da un blocco del commercio si ritroverebbero vulnerabili non soltanto sul fianco economico, ma anche su quello della difesa. La Cina ha tra l’altro già sfruttato le terre rare per fini politici: nel 2010 ha fermato le esportazioni verso il Giappone per una disputa territoriale sulle isole Senkaku/Diaoyu, nel Mar Cinese orientale.

Garantirsi forniture stabili di terre rare è sempre stato fondamentale. Ma lo sarà ancora di più nei prossimi anni, vista la transizione in atto verso sistemi energetici più puliti. L’amministrazione di Joe Biden, ad esempio, vuole azzerare le emissioni nette di gas serra degli Stati Uniti entro il 2050: un obiettivo che non potrà essere raggiunto senza un aumento della capacità rinnovabile installata e senza una maggiore presenza di veicoli elettrici nelle strade. Per produrre le turbine eoliche e i motori delle automobili elettriche serviranno però terre rare in quantità. A fine febbraio Biden ha appunto firmato un ordine esecutivo per il rafforzamento delle filiere critiche, nel quale viene menzionato anche questo gruppo di metalli.

Il ruolo della Groenlandia

Secondo il Polar Research and Policy Initiative, la Groenlandia rappresenta un fornitore di terre rare ideale per l’America e le altre nazioni dei Five Eyes. L’isola possiede grandi riserve di minerali strategici, innanzitutto. Pur essendo legata politicamente dalla Danimarca, poi, è geograficamente vicina al Nord America – al Canada, per la precisione – e quindi coerente con l’idea di “accorciare” le filiere strategiche. La Groenlandia, inoltre, non è in alcun modo una rivale geopolitica degli Stati Uniti, come invece la Cina: anzi, i legami tra Washington e Nuuk sono molto solidi. In Groenlandia, per esempio, c’è la base aerea americana di Thule.

Avviare una collaborazione strategica con la Groenlandia dovrebbe essere praticamente “naturale” per i Five Eyes, scrive il PRPI. È vero che la Cina sta lavorando per espandere la sua influenza nell’Artico, ma tre dei cinque membri del gruppo – Canada, Australia e Regno Unito – sono i più attivi nel settore estrattivo groenlandese: su 41 aziende in possesso di licenze minerarie sull’isola, 27 sono di nazionalità canadese, britannica e australiana.

Il problema della raffinazione

L’estrazione delle terre rare non è tuttavia sufficiente a garantire ai Five Eyes l’indipendenza dalla Cina. L’aspetto più problematico di questi metalli non è infatti la fase di prelievo dal sottosuolo, ma quella di raffinazione: un processo complesso, costoso e inquinante. La dominanza di Pechino sul mercato delle terre rare non riguarda il possesso delle riserve – quelle cinesi sono “solo” il 36% del totale mondiale –, quanto la capacità di raffinazione, di cui il Paese ha quasi il monopolio.

Benché si stiano attrezzando per migliorare la loro posizione, negli Stati Uniti al momento c’è una sola miniera di terre rare – a Mountain Pass, in California –, che è peraltro posseduta in parte da una società cinese. L’unico impianto per la separazione delle terre rare di una certa dimensione al di fuori della Cina si trova in Malaysia.

Fare a meno della Cina

Le difficoltà per l’America e i Five Eyes di fare a meno di Pechino sono visibili anche nella stessa Groenlandia. Una società mineraria australiana sta cercando di ottenere un finanziamento da Washington per una miniera di terre rare sull’isola; il punto è che il materiale estratto dovrà essere inviato all’estero per la lavorazione, e le alternative alla Cina sono scarse e più costose.

Non è affatto scontato, infine, che la Groenlandia abbia intenzione di rinunciare alla presenza cinese nel proprio settore minerario, nonostante le implicazioni geopolitiche e strategiche. A Nuuk si dà grande peso agli aspetti economici: l’isola ha un Pil di appena 3 miliardi di dollari e dipende dagli aiuti provenienti dalla Danimarca; il territorio non è insomma nelle migliori condizioni per rifiutare degli investimenti, al di là della provenienza.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
GUALA
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