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ITALIA CHIAMA EUROPA

Identità digitale: una silenziosa rivoluzione

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La creazione di una cittadinanza virtuale unica Europea apre visioni di una nuova partecipazione democratica in un futuro che si sta già concretizzando

Margrethe Vestager, Commissaria europea per la concorrenza, e Thierry Breton, Commissario europeo per il mercato interno, partecipano a una conferenza stampa sui servizi digitali presso la sede della Commissione europea a Bruxelles, Belgio, 15 dicembre 2020. Olivier Matthys/Pool via REUTERS

Quella che si sta attuando in Europa è una rivoluzione silenziosa e invisibile perché avviene nei dedali del mondo virtuale. Ma avvicinerà come mai prima i cittadini dell’Unione europea alla pubblica amministrazione facilitandone anche l’accesso a servizi privati.

Almeno questo è l’intento di una proposta legislativa sull’identità digitale che la Commissione europea presenterà nella prima metà del 2021.

L’identità digitale (eID, per electronic identity) è un sistema di credenziali elettroniche e password che identifica un utente e gli consente di accedere in modo sicuro ai servizi online di diverse amministrazioni, invece di dover creare un profilo per ciascuna. Funziona come i codici che si utilizzano per fare operazioni in rete sul proprio conto bancario, ma può avere più livelli di sicurezza ed essere usata per più servizi.

In Italia il Servizio pubblico di Identità digitale (Spid) è salito di recente agli onori della cronaca perché richiesto a chi intende beneficiare degli incentivi per la ripresa post coronavirus, come il cashback. Ma molte amministrazioni già lo richiedevano per il pagamento di tributi, multe o per distribuire sussidi come il bonus diciottenni.

L’ambizione dell’Ue è che ogni cittadino possa avere – se lo desidera – un’identità digitale sicura. La rivoluzione sta nel fatto che questa identità digitale, rilasciata dal Paese d’origine, dovrebbe permettere di accedere ad amministrazioni pubbliche e servizi privati in tutti i Paesi dell’Unione, ad esempio per fare la dichiarazione dei redditi, iscriversi all’università, aprire un’impresa, effettuare pagamenti o partecipare a gare d’appalto. Ma anche per aprire un conto in banca, comprare un’assicurazione o accedere ai social media.

Cadrebbero così i confini che ancora separano gli utenti del mercato interno digitale. In realtà l’Unione europea è dotata di un regolamento sull’identità digitale già dal 2014. Il regolamento eIDAS è nato per garantire il riconoscimento oltre frontiera dei sistemi d’identità digitale che stavano emergendo nei vari Paesi, ma privi di interoperabilità e di una base giuridica comune. Questa situazione a lungo andare sarebbe diventata un ostacolo per lo sviluppo del mercato unico. Primo sistema di riconoscimento d’identità digitale a scala internazionale, il regolamento eIDAS è stato applicato in primo luogo a servizi fiduciari come firme e sigilli elettronici, certificazioni di posta elettronica e autenticazioni online, ora riconosciuti legalmente in tutta l’Ue.

Dal 2018 il riconoscimento delle eID tra i Paesi dell’Unione europea è diventato obbligatorio. L’Italia, con Germania, Estonia, Spagna, Croazia e Lussemburgo, ha fatto parte del primo gruppo di paesi che hanno consentito ad altri cittadini Ue di utilizzare le rispettive eID. E dal settembre 2019 l’identità digitale italiana SPID può anche essere utilizzata per i servizi offerti da altre amministrazioni nella Ue.

Nonostante i passi avanti, però, il riconoscimento transnazionale dell’identità digitale è ancora limitato. Secondo il rapporto della Commissione europea sui servizi di eGovernment (l’offerta di servizi digitali da parte della pubblica amministrazione), solo 15 dei 27 Stati Ue, corrispondenti al 58% della popolazione dell’Unione, offrono eID valide oltre confine. Il rapporto ha inoltre rivelato che solo il 9% dei servizi accessibili con una eID nazionale possono essere utilizzati anche da utenti di altri paesi. L’estensione della eID al settore privato è inoltre ancora carente. Di qui, la decisione di rivedere l’attuale normativa con la nuova proposta che sarà presentata l’anno prossimo.

“Dal completare la dichiarazione dei redditi all’apertura di conti bancari o alla domanda d’iscrizione per istruzione all’estero, il 78% dei servizi pubblici può ora essere effettuato online e semplificarci la vita. Questo deve essere accompagnato da un’identità digitale che funzioni ovunque in Europa proteggendo i dati degli utenti,” ha detto presentando il rapporto Margrethe Vestager, vice Presidente della Commissione europea responsabile per l’agenda digitale.

A dare un’ulteriore spinta al progetto è stata la pandemia di Covid-19, che ha costretto a casa la popolazione di interi paesi generando una domanda senza precedenti di servizi online. I dati sono evidenti: ai primi di marzo il sistema d’identità digitale Spid aveva 6 milioni di utenti, mentre a fine novembre il numero era salito a 13,4 milioni, secondo l’Agenzia per l’Italia digitale. La media settimanale delle identità rilasciate nei primi cinque mesi del 2020 è stata di circa 76 mila, mentre nel mese di novembre è stata di circa 274 mila. E se lo Spid è stato utilizzato oltre 55 milioni di volte nel 2019 per accedere a servizi in rete, la cifra ha superato i 34 milioni solo nel mese di novembre 2020.

Thierry Breton, Commissario Ue per il mercato interno, ha aggiunto: “Questa crisi ha mostrato quanto i cittadini facciano affidamento sui servizi pubblici online. Mentre sempre più governi seguono queste tendenze, dobbiamo andare oltre e lavorare per un’identità digitale europea sicura”.

Molte questioni però rimangono ancora aperte, in primo luogo la protezione dei dati personali. In risposta a una consultazione pubblica organizzata dalla Commissione prima della proposta legislativa, diverse organizzazioni hanno sollevato i problemi di sicurezza e privacy. Su questo si basa la fiducia di cittadini e imprese che decidono di aprire una eID.

L’autorità francese per la privacy, la CNIL (Commission nationale de l’informatique et des libertés), ha affermato che ogni entità in contatto con l’identità digitale di un individuo dovrebbe avere accesso solo alle informazioni personali di cui “ha strettamente bisogno” e le persone dovrebbero essere informate di come vengano elaborati i loro dati.

L’associazione dei notai olandesi (Royal Dutch Association of Civil-law Notaries) ha chiesto che l’identità digitale escluda in modo netto la possibilità di raccogliere dati personali per fini commerciali, onde evitare che le varie piattaforme digitali possano usare la eID per profilare gli utenti.

La società di telecomunicazioni tedesca Deutsche Telekom ha fatto anche notare che, per essere accettata, la eID dovrebbe essere “facile da configurare e da usare”. Questa, tuttavia, è una realtà ancora lontana, specie per persone con scarse competenze digitali.

Un sondaggio Eurobarometro effettuato a marzo, all’inizio della pandemia, ha mostrato che il 64% dei partecipanti considererebbe utile disporre di un’identità digitale sicura per tutti i servizi online, purché possano mantenere il controllo sull’uso dei propri dati. La stragrande maggioranza (74%) degli intervistati che utilizza i propri dati di accesso ai social media per collegarsi con altri servizi online desidera inoltre sapere come vengono utilizzate le proprie informazioni personali.

Il 59% degli intervistati sarebbe infine disposto a condividere in sicurezza alcuni dei propri dati pur di migliorare i servizi dell’amministrazione pubblica, in particolare per quando riguarda la ricerca e l’assistenza medica (42%), la risposta alla pandemia (31%) o i trasporti pubblici e la riduzione dell’inquinamento atmosferico (26%).

Con un’identità digitale riconosciuta su scala europea si aprirebbe poi un nuovo capitolo della partecipazione democratica, un’altra priorità di questa Commissione. Potrebbe infatti diventare più facile interagire con autorità pubbliche nazionali ed europee, partecipare alle decisioni e anche votare in altri Paesi, ad esempio per l’elezione del Parlamento europeo (evitando il doppio voto).

Ma per questo potrebbero essere necessari tempo e nuove competenze. Creare uno spazio unico anche per la cittadinanza virtuale sarebbe una vera rivoluzione che, com’è spesso accaduto per i grandi salti in avanti dell’integrazione europea, sembrerà cosa naturale e scontata tra un paio di decenni.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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L'AUTORE

Claudia Delpero

[LONDRA] Giornalista che scrive di Europa e affari internazionali. Vive a Londra, ha lavorato a Bruxelles e a Pechino.
GUALA