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I numeri della crescita zero

La frenata europea in Italia è diventata paralisi: sia per debolezza strutturale che a causa dell’instabilità creata dall’inutile sfida tra Governo e Commissione Ue

Il premier Giuseppe Conte insieme al Ministro del Lavoro e vice-premier Luigi Di Maio mostrano, in un incontro a Roma, la prima card del reddito di cittadinanza. REUTERS/Alessandro Bianchi/Contrasto
Il premier Giuseppe Conte insieme al Ministro del Lavoro e vice-premier Luigi Di Maio mostrano, in un incontro a Roma, la prima card del reddito di cittadinanza. REUTERS/Alessandro Bianchi/Contrasto

L’economia colpisce spesso in estate. È stato così nel terribile 2011, con la crisi dei debiti sovrani in Europa. Successe nel lontano 1971, il 15 agosto, quando Nixon annunciò la fine della convertibilità del dollaro in oro. Ed è capitato, più in piccolo, anche l’anno scorso. Tutte le lancette dell’economia italiana hanno cominciato a girare verso il rosso tra giugno e settembre del 2018. Proprio mentre muoveva i primi passi il “Governo del cambiamento”, il primo in Europa in mano ai nazional-populisti. Sfortuna o colpa?

I primi problemi per il Governo di “Italia first” vengono da oltrefrontiera. È tutta la zona euro che nel secondo semestre dell’anno entra in difficoltà, con un calo della produzione industriale dello 0,5%, trainato soprattutto dai problemi tedeschi: da giugno a dicembre la produzione industriale in Germania retrocede del 2,2%. L’industria italiana segue a ruota: da metà anno il fatturato comincia a scendere, fino ad arrivare al crollo-choc del 7,4% di dicembre. Un effetto della catena internazionale del valore, con l’industria italiana fortemente connessa con quella tedesca, e della crisi dell’automobile europea a trazione diesel. Ma anche una conseguenza della guerra commerciale Usa-Cina. Per un Paese come il nostro, la cui unica strategia di crescita era basata sull’export, la battuta d’arresto degli scambi mondiali è già di per sé una pessima notizia. Se poi va insieme a un’ideologia nazionalista, porta dentro un paradosso: quello per cui l’unica speranza dei sovranisti autoctoni può essere un insuccesso dei sovranisti esteri. O una cooperazione tra nazionalisti – una contraddizione in termini.

Se il primo choc viene dall’estero, non si può incolpare solo la congiuntura internazionale della grande gelata. Se si scompongono i dati sul fatturato dell’industria, si vede che il forte calo di dicembre 2018 è in misura paritaria ripartito tra vendite nazionali e all’estero; e che da gennaio la componente estera è tornata positiva mentre quella interna continuava a scendere. Lo stesso si può dire per gli ordinativi che le industrie hanno in portafoglio: scesi del 4,7% a dicembre, per effetto soprattutto del calo degli ordini dall’estero; e poi dell’1,2%, stavolta più per il calo della domanda nazionale. In discesa, sempre da metà anno, anche gli investimenti privati. In sintesi: il raffreddore europeo è diventato polmonite in Italia. In parte per le condizioni di debolezza strutturale della nostra economia; e in parte per un altro fattore importantissimo per i mercati: le aspettative. Quella sulla manovra economica del Governo ha cominciato ad avere effetto ben prima che la legge di bilancio fosse scritta: quando, prima ancora di annunciare le misure “espansive”, è stato lanciato il guanto della sfida alla Commissione Europea, sullo sforamento del deficit. Ne è seguita una tempesta durata due mesi, chiusa con un compromesso, ma che ha lasciato sul terreno diverse vittime, tutte da parte italiana.

Il differenziale dei rendimenti tra titoli del debito pubblico italiani e tedeschi (lo spread), che era sui 120 punti base nei primi quattro mesi del 2018, è salito attorno ai 230 a maggio, per toccare il picco dei 320 a novembre. A marzo 2019, quando l’emergenza era all’apparenza rientrata, ancora si oscillava tra i 230 e i 260 punti base: più del doppio rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Ciò vuol dire che il tasso a cui il Governo italiano si indebita è salito di circa un punto. L’effetto sulla spesa per interessi è dirompente: è salita in un anno dello 0,9%, mentre nel 2017 si era ridotta dell’1,2%. Questo dato, oltre a peggiorare i conti pubblici (il debito totale del 2018 è salito al 132,1% del Pil), ha un effetto anche sull’economia privata, peggiorando le condizioni del credito per le imprese e le famiglie e mettendo a rischio i bilanci delle banche.

Ma al di là dell’effetto-spread, è possibile che i soldi messi dalla legge di bilancio 2019 nell’economia non siano di alcun aiuto per le sorti di produzione e consumi? Alla fine, si tratta comunque di un deficit del 2% del Pil, destinato a tre scopi: bloccare l’aumento dell’Iva, permettere l’anticipo dell’età pensionabile (“quota 100”) e avviare il reddito di cittadinanza. Il compromesso con l’Europa ha sacrificato la parte potenzialmente più espansiva della manovra, ossia gli investimenti pubblici, cancellando gli 1,8 miliardi del relativo capitolo.

È lo stesso Governo a dare una prima valutazione, non esaltante, dell’impatto della sua manovra sulla crescita: 0,4 punti di Pil. L’Ufficio parlamentare di bilancio è più pessimista: 0,3 punti di Pil, dovuti al reddito di cittadinanza (che vale 0,2 punti di Pil) e alla disattivazione delle clausole di salvaguardia sull’Iva. Quest’ultima ha un effetto positivo di 0,1 punti di Pil − ma va ricordato che già a settembre il Governo dovrà decidere dove prendere i soldi per non aumentare l’Iva nel 2020 e nel 2021. Mentre è pari a zero l’impatto espansivo del resto della manovra. Dunque nel suo primo anno di vita il Governo ha puntato tutte le carte su una manovra “espansiva” che, se tutto va bene, espanderà il Pil di meno di mezzo punto percentuale rispetto alla crescita tendenziale; mentre il Paese entrava in recessione e le previsioni sulla stessa crescita tendenziale venivano abbassate da tutti (la Commissione Ue stima ora più 0,2%, la Banca d’Italia più 0,4%, secondo l’Ocse addirittura scenderemo dello 0,2%). Tant’è che alla fine anche il Governo italiano ha dovuto abbassare le sue stime di crescita, portandole dall’1% allo 0,2% del Pil nel Def presentato a inizio aprile.

Se la manovra economica ha un effetto abbastanza trascurabile sulla crescita, che dire del suo effetto sull’occupazione? In assenza di crescita economica o con aspettative di decrescita, è difficile che le imprese assumano nuovi occupati in modo da rimpiazzare totalmente i pensionati supplementari da “quota 100”, mentre la pubblica amministrazione è frenata dai vincoli del patto di stabilità interno. Quanto al reddito di cittadinanza, pubblicizzato sugli autobus come “una rivoluzione del mondo del lavoro”, non avrà effetto direttamente sul mercato del lavoro, ma sul sistema dell’assistenza – difficile pensare che nel giro di pochi mesi i Centri per l’impiego, con qualche migliaio di persone frettolosamente assunte, diventino degli efficienti terminali del collocamento.

In realtà l’unica misura del Governo che ha avuto finora un impatto sul mercato del lavoro è stato il cosiddetto “decreto dignità”, con il quale a luglio sono stati introdotti forti disincentivi al lavoro a termine. I dati dell’Inps dell’ultima parte dell’anno hanno fatto cantare vittoria al M5S, mostrando una crescita dei contratti a tempo permanente: per il totale del 2018, se le assunzioni nel complesso sono cresciute del 5,1%, al loro interno quelle a tempo indeterminato sono aumentate del 7,9%, più di quelle a tempo determinato (+ 4,5%). Guardando nella loro scomposizione i dati sui contratti, si vede però che il vero boom viene dalle cosiddette “trasformazioni”, ossia dei contratti a termine trasformati in permanenti: più 76,2%. Si può immaginare cosa è successo: molte imprese, via via che scadevano contratti a termine non più rinnovabili, li hanno trasformati in contratti stabili. Una buona notizia, ma non la creazione di lavoro “in più”. Infatti, nello stesso periodo si sono ridotte le “attivazioni”, ossia l’avvio di nuovi rapporti di lavoro.

Allargando un po’ lo sguardo alle tendenze di medio periodo, e soprattutto guardando ai dati sugli occupati, si vede una cavalcata del tempo determinato che continua da dieci trimestri; proprio nel 2018 il lavoro temporaneo ha raggiunto il suo massimo storico, con 3,1 milioni di contratti a termine. La stessa imponente manovra di Renzi, con incentivi alle assunzioni stabili, non ha invertito la tendenza, dopo la fiammata iniziale. Ciò, sia per motivi legati alla domanda nell’economia, che per la stessa struttura produttiva, sempre più centrata sui servizi, caratterizzati da lavoro più flessibile e precario – dal commercio al turismo alla logistica. Come le decontribuzioni di Renzi, anche gli effetti del decreto-dignità potranno essere valutati appieno solo in un tempo più lungo. E infatti già i dati di febbraio hanno mostrato una riduzione del lavoro stabile: è già finito l’effetto Di Maio?

@robertacarlini

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