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Il sogno europeo contro i sovranismi

Contro l’esaltazione dello Stato nazionale, annunciata dal Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, solo l’Europa può costituire un argine

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo parla al German Marshall Fund di Bruxelles. REUTERS/Yves Herman/Contrasto
Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo parla al German Marshall Fund di Bruxelles. REUTERS/Yves Herman/Contrasto

Il 4 dicembre 2018 il Segretario di Stato americano Michael R. Pompeo ha tenuto un discorso al German Marshall Fund di Bruxelles sul “ripristino del ruolo dello Stato-nazione nell'ordine liberale internazionale”, sollevando una questione fondamentale per l'ordine mondiale: “Ogni nazione deve riconoscere le proprie responsabilità verso i propri cittadini e chiedersi se l'attuale ordine internazionale serve il bene della sua gente nel miglior modo possibile ”. Pompeo ha insistito su un punto: “Niente può sostituire lo Stato-nazione come garante delle libertà democratiche e degli interessi nazionali”. “La nostra missione”, ha proseguito, “è riaffermare la nostra sovranità, riformare l'ordine liberale internazionale, e vogliamo che i nostri amici ci aiutino ed esercitino anch’essi la loro sovranità. Aspiriamo a far sì che l'ordine internazionale serva i nostri cittadini, non che li controlli”. Nel linguaggio dell’attuale strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti questa prospettiva viene definita “realismo di principio”. Pompeo lo descrive più semplicemente come “senso comune”. Se Pompeo ha ragione nel ritenere che il suo punto di vista sia comune, ha torto a credere che sia realista o addirittura sensato.

La storia non si ripete mai con esattezza, ma ci siamo già trovati in una situazione simile in passato. Il "senso comune" di cui parla Pompeo è un tema ricorrente nell'analisi offerta da E.H. Carr nel suo classico La crisi dei vent'anni. L’opera del 1939 può essere letta come una replica al discorso di Pompeo con quasi 80 anni di anticipo. Il libro rispecchia la disillusione di Carr di fronte al tentativo americano di ristrutturare il sistema mondiale attorno allo Stato-nazione con il Trattato di Versailles del 1919. Carr partecipò alle trattative in veste di diplomatico britannico, concentrandosi sui Paesi dell'Europa centrale e orientale. Poté così constatare in prima persona quanto sia difficile conciliare l'idea dello Stato-nazione con le forme di organizzazione economica e politica esistenti in diverse parti del globo.

Carr poté anche osservare quanto sia pericoloso supporre che il principio dell'autotutela delle nazioni sovrane porti all’“armonia di interessi” invece che al conflitto violento. Pompeo fa di tutto per ricollegare il suo senso comune all’ideologia liberale. Ci sono buone ragioni per promuovere e aspirare ai valori liberali; la sfida sta nell’ispirarsi a questi valori per riformare l'ordine mondiale. È qui che il realismo di Carr differisce da quello di Pompeo.

Carr caratterizzava la visione liberale come pericolosamente utopica in quanto ignora il nesso tra morale e potere. Paesi diversi abbracciano valori condivisi solo di comune accordo, osservava Carr. Questo non pone un problema se i Paesi più forti sono uniti e i più deboli non hanno altra scelta che accettare la loro leadership, ma lo diventa quando cambia la distribuzione del potere: i forti possono solo imporre la moralità internazionale ai deboli, finché non si ritrovano ad affrontare la minaccia di una potenza emergente insoddisfatta. Per Carr la potenza emergente era la Germania; per Pompeo è la Cina.

Il fatto che Pompeo abbia trascurato questa intuizione centrale dell'analisi di Carr è un altro aspetto largamente condiviso del suo punto di vista, soprattutto negli Usa. L’opera di Carr è stata ampiamente letta e apprezzata in tutto il mondo anglofono, ma ha avuto un impatto diverso sulle due sponde dell'Atlantico, come sottolinea Michael Cox nella sua brillante introduzione all'ultima edizione del libro. Negli Usa La crisi dei vent'anni ha ispirato realisti classici come Hans Morgenthau a scrivere di Politica tra nazioni, ma ha anche alimentato la ferma convinzione che l'egemonia, britannica prima e americana poi, sia cruciale per l'ordine mondiale. Questi temi sono alla base del discorso di Pompeo.

In Europa Carr è stato letto in modo diverso, evidenziando i rischi associati a un sistema basato esclusivamente sugli Stati nazionali e rilevando la sua sofisticata riflessione sull’evoluzione della sovranità, dal riconoscimento dell'autorità geografica durante il crollo dei grandi imperi medievali alle forme più sottili di interdipendenza che esistono oggi. Questa lettura sfida la facile caratterizzazione di Carr come “realista” tout court, riconoscendo piuttosto il suo discernimento profetico nell’anticipare le sfide che gli europei si ritrovano ad affrontare oggi, sia in casa che nei rapporti con gli Usa.

Alla fine degli anni '30 Carr prevedeva che gli Stati nazionali avrebbero partecipato a forme molteplici e sovrapposte di integrazione, dando meno peso alla sovranità formale o al riconoscimento internazionale. Queste "unità di gruppo del futuro" avrebbero posto maggiore enfasi sull'efficacia del processo decisionale e sulla risoluzione dei conflitti. Un assetto di questo tipo, ammetteva Carr, può non essere ideale dal punto di vista dell'autotutela, ma potrebbe favorire un consenso più generalizzato, dato che le alternative praticabili per l'ordine mondiale sono intrinsecamente inique e oppressive. Nel citare il referendum britannico sull'adesione all'Ue come campanello d'allarme, Pompeo fa notare che forse l'Ue non sta rispondendo adeguatamente alle esigenze dei britannici. Questo è vero, ma ciò non significa che l'alternativa sia migliore, come ha modo di sperimentare la Gran Bretagna oggi.La convinzione che il compromesso sia indispensabile per il perseguimento dell'interesse nazionale è ciò che fa di Carr un realista. Ma Carr non è mai stato un realista puro nell’ottica europea: era anche un idealista, in quanto credeva che solo la visione di un futuro migliore potesse ispirare l'azione collettiva. La sua visione prevedeva la collaborazione tra alleati e amici, ma anche tra Paesi in profondo disaccordo, ed era incentrata sul livellamento delle disuguaglianze derivate dalla distribuzione del potere e delle risorse sia a livello internazionale che nazionale.

Questa linea di ragionamento non è sempre stata efficace; a volte ha portato a gravi errori, come ammise in seguito lo stesso Carr. Per esempio, Carr inizialmente si era espresso a favore di un appeasement della Germania nazista come potenza nascente, una posizione che gli attirò le critiche dei contemporanei e continua ad attirargliene ancora oggi. Ma altre volte le sue intuizioni si sono rivelate lungimiranti: Carr sosteneva la necessità di una maggiore ridistribuzione per compensare le disuguaglianze dell'economia di mercato, un’idea che ha avuto un forte appeal all'indomani della Grande Depressione e che oggi è tornata alla ribalta.

Ambivalenze a parte, vale la pena di chiedersi se la lettura europea del testo di Carr non offra uno spunto valido per contestare l'argomentazione di Pompeo. Solo perché la politica di appeasement nei confronti della Germania nazista non ha funzionato, non è detto che non ci sia spazio per accogliere la Cina come potenza in ascesa. Analogamente, il fatto che la ridistribuzione in stile sovietico non abbia eliminato le disuguaglianze non giustifica un’adesione ideologica incondizionata al libero mercato

Negli ultimi otto decenni l'Europa ha imparato molto sulla necessità di calibrare le relazioni internazionali e la politica economica. Ha anche saputo adattarsi ai cambiamenti dell'equilibrio di potere senza compromettere gli accordi congiunti. Molti europei espressero preoccupazione di fronte al rapido processo di unificazione della Germania alla fine della Guerra Fredda. Pochi avrebbero pensato che un quarto di secolo più tardi un Ministro degli Esteri polacco si sarebbe preoccupato della debolezza tedesca in Europa.

Per l'Europa è giunto il momento di offrire una visione costruttiva dell'ordine mondiale diversa dal ritorno agli Stati nazionali auspicato da Pompeo. In linea con Carr, questa visione dovrebbe essere abbastanza utopica da illuminare la strada verso un futuro migliore e abbastanza realista da mostrare agli europei come convincere i partner riluttanti e le potenze nascenti a scendere a compromessi in nome dei vantaggi reciproci.

La prospettiva della forza contro la forza e della leadership globale americana non è l'unico modo per ristabilire l'ordine internazionale, potrebbe anzi rivelarsi estremamente controproducente. Questa era la preoccupazione di Carr negli anni '30 e continua a essere rilevante. La differenza tra allora e oggi sta in quello che le due sponde dell'Atlantico hanno imparato nel frattempo. Gli europei devono trovare un modo per articolare la loro esperienza in modo più convincente, perché senza una visione europea alternativa, l'adesione a malincuore al realismo di principio di Pompeo potrebbe diventare ancora più comune. E il mondo ne pagherebbe le conseguenze.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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