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Cina: revenge shopping post Covid per moda e lusso

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Italia-Cina: vola l’export italiano in Cina, con un aumento del 33% solo a settembre. Ad affermarsi, non solo i brand di lusso, ma anche le piccole imprese. E ora più occasioni con l’accordo Rcep

Una vetrina di un negozio di un centro commerciale a Pechino, Cina, 23 luglio 2020. REUTERS/Tingshu Wang

La fine della pandemia in Cina sta coincidendo con la ripresa dei consumi interni del gigante asiatico. Se durante il lockdown l’economia cinese si basava sulle massicce vendite all’estero di dispositivi di protezione individuale, a cominciare da guanti e mascherine, ora sono i cinesi a comprare, vittime della sindrome da revenge shopping.

Nella prima settimana di ottobre i dati riportano che sarebbero stati spesi 200 miliardi di euro in Cina per acquisti di generi di lusso, ristoranti e hotel, con un aumento del 4,9% rispetto all’anno precedente. La fine della pandemia – da Wuhan al resto del Paese – ha rimesso in moto i flussi turistici interni portando negli shopping center oltre 305 milioni di persone. Nello stesso tempo sono aumentate del 30% le transazioni con WeChat Pay nei mall e del 79,4% le vendite su Tmall Global. Proprio Tmall Global o i Mini Program di WeChat sono stati gli strumenti per acquistare beni di marca del lusso europeo, soprattutto nelle aree tax free che applicano una tassazione più bassa (9% rispetto al 40-50%) rispetto ai portali cinesi.

Nello stesso tempo sta volando tutto l’export italiano in Cina, con un dato rilevante (+33%) nel solo mese di settembre, in un commercio estero che su base annua fatica a riprendersi anche se i dati italiani sono meno preoccupanti di quelli tedeschi e francesi. Il dato cinese spicca fra tutti a dimostrazione di come la macchina dell’economia cinese è quella che si è rimessa in moto più rapidamente dopo la pandemia, pronta a raccogliere tutti i frutti di un lockdown severissimo. Tra i beni esportati: mezzi di trasporto, metalli, farmaceutica e chimica, ma anche abbigliamento. Ad affermarsi, infatti, non sono solo i brand di lusso, ma anche piccoli brand che hanno saputo, attraverso i più diversi canali, trovare il loro spazio.  Il progetto Pavilion Italia che Digital Retex sta realizzando con Ice si pone proprio l’obiettivo di lanciare 300 piccoli brand italiani in Cina con WeChat. Patrizio Bertelli, Ceo del gruppo Prada, già a settembre aveva annunciato che le vendite del gruppo in Cina avevano superato i livelli del 2019. Ma il Made in Italy è fatto anche di start up come Mirta, piattaforma di e-commerce che vende prodotti degli artigiani italiani. Dopo il successo durante il lockdown, è sbarcata in Cina utilizzando Red, la piattaforma di social-commerce cinese che conta oltre 300 milioni di utenti.

Più in generale, è il Patto per l’Export che sta funzionando bene, come non si stanca di ripetere il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano. È questo il frutto di un lavoro sul fronte della finanza agevolata. Con i decreti “Cura Italia”, “Rilancio”, “Agosto” e “Ristori” la dotazione del Fondo della 394 gestito dalla Simest è stato portato a 1,5 miliardi circa, tra componente ordinaria e fondo perduto; è stata estesa l’operatività ai Paesi Ue ed eliminato l’obbligo di presentare garanzie. La risposta è stata molto positiva. Al 21 ottobre le domande di finanziamento sulla 394 ammontavano a 13.100. Le nuove domande sono state interrotte fino a dicembre ma con gli stanziamenti ulteriori previsti dalla manovra verranno erogati finanziamenti per circa 4 miliardi di euro, più del doppio di quanto si prevedeva inizialmente per tutte le misure del Patto per l’Export.

Tutto è pronto per la ripartenza italiana, migliorando la presenza delle micro, piccole e medie imprese sui mercati esteri. A cominciare da quelli asiatici che si annunciano tra i più promettenti soprattutto dopo l’accordo firmato il 15 novembre tra i Paesi della regione Asia-Pacifico, che hanno firmato uno dei più grandi trattati commerciali della storia, dopo otto anni di negoziati. Si tratta del Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep): nuove regole sul commercio di beni e servizi, investimenti trans-frontalieri e proprietà intellettuale. Un accordo che, grazie al meccanismo della ‘nazione più favorita’, potrà aprire nuove prospettive anche all’Italia. Basti pensare che in seguito al Rcep, l’86% delle merci giapponesi potranno essere esportate in Cina senza dazi. Prima del Rcep, la quota era ferma all’8%. Lanciata nel 2012 a margine del 21° summit dell’Asean, la Regional Comprehensive Economic Partnership è un mega accordo commerciale siglato dai 10 Paesi membri dell’Asean, Cina, Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda.

Il nuovo blocco economico rappresenterà il 30% dell’economia globale e riguarderà circa 2,2 miliardi di consumatori, costituendo la più grande area di libero scambio del mondo, più vasta di quella europea o nordamericana. L’obiettivo è quello di abbassare le tariffe tra i Paesi, espandere il commercio di servizi e promuovere gli investimenti per rilanciare le emergenti economie asiatiche. In particolare, il Rcep contribuirà a ridurre i costi superflui per le aziende e i consumatori, consentendo il commercio di prodotti e servizi ovunque all’interno del blocco senza criteri e requisiti specifici per ogni Paese. Oggi, alla luce della ritirata degli Stati Uniti dal Tpp, la scommessa delle nazioni firmatarie del Rcep assume nuovo valore. L’accordo costituisce infatti uno strumento importante per la Cina e il resto dei Paesi asiatici per emanciparsi dalla rete commerciale di Washington e costruire un’alternativa multilaterale nel continente asiatico. Durante l’incontro per la firma, il premier cinese Li Keqiang ha dichiarato che l’accordo rappresenta non solo un risultato storico per la cooperazione in Asia orientale ma anche una vittoria per il multilateralismo e il libero scambio.

@pelosigerardo

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