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RETROSCENA

Crisi migratoria in Messico: pressioni su Biden

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Biden si trova ad affrontare la sua prima vera emergenza al confine con il Messico. Ma i danni fatti da Trump non si riparano in una notte…

Migranti aspettano il trasporto dopo aver attraversato su una zattera il fiume Rio Grande dagli Stati Uniti verso il Messico, La Joya, Texas, Usa, 14 marzo 2021. REUTERS/Adrees Latif

Era prevedibile e al contempo difficile da evitare.

L’amministrazione Biden si trova ad affrontare la sua prima vera crisi politica al confine, quella del muro di Trump e dei figli separati dai genitori. Con l’arrivo del Presidente democratico alla Casa Bianca, il numero delle persone intercettate a tentare di entrare dal confine messicano è tornato a crescere. Il Presidente ha firmato una serie di ordini esecutivi con i quali si cancellano le pratiche peggiori dell’amministrazione Trump, promesso una riforma dell’immigrazione, aumentato di molto gli aiuti ai Paesi centroamericani dai quali proviene la maggior parte dei migranti irregolari e, infine, mandato un messaggio giusto e controproducente: “Accoglieremo chi ne ha diritto”.

Ricordiamolo: per anni gli Stati Uniti hanno garantito asilo alle persone in fuga dalla violenza in Honduras, El Salvador, Nicaragua; poi con una serie di ordini e pratiche amministrative l’amministrazione precedente ha reso praticamente impossibile l’ottenimento dell’asilo negli Stati Uniti, tentando di rispedirli in Messico o nei Paesi di origine, oppure avviando la pratica della detenzione – i richiedenti asilo, una volta riconosciuti come tali, non sono migranti irregolari. Biden ha posto fine a queste pratiche, ha consentito di rientrare a coloro che erano entrati e erano stati rispediti in Messico e che avevano trovato rifugio in un campo di fortuna simile a quelli che vediamo in Bosnia. Il problema dell’amministrazione democratica è che non ha un’alternativa “bacchetta magica” e – parallelamente – il suo arrivo ha fatto di colpo aumentare il numero di persone che provano a entrare negli Stati Uniti.

Gli adulti soli non vengono fatti entrare a causa delle restrizioni sul coronavirus messe in atto da Trump. Nel febbraio 2021 le persone fermate sono 100mila, un aumento sostanziale rispetto agli stessi mesi del 2019 (76mila) e 2020 (36mila).

Biden ha deciso di permettere ai minori non accompagnati che attraversano il confine di rimanere nel Paese per motivi umanitari – Trump espelleva anche loro – e a quelli che hanno parenti negli Stati Uniti di ricongiungersi con queste. Il mese scorso i bambini soli presentatisi al confine sono stati 9.500 contro i 5.800 del mese precedente, il doppio rispetto all’anno precedente.

Durante una conferenza stampa della scorsa settimana, Roberta Jacobson, coordinatrice dell’amministrazione per il confine meridionale ed ex ambasciatrice in Messico, ha spiegato che il confine “non è aperto, che il danno fatto da Trump non si ripara in una notte”, che è normale che in attesa di politiche più umane ci sia un aumento degli ingressi e che anche i coyotes (i passatori) disseminano informazioni false per incoraggiare più gente a pagarsi il viaggio.

Cosa ci si aspetta dall’amministrazione Biden

L’amministrazione è tra l’incudine e il martello, nel senso che di fronte a un’ondata come quella di queste settimane ha dovuto autorizzare la detenzione temporanea di minori e sta sondando l’ipotesi di aprire nuovi campi. Più umani e senza separazioni, ma pur sempre campi. E questo ovviamente non piace alle organizzazioni che si occupano di diritti umani e di immigrazione, nonché alla sinistra del partito, che con Alexandria Ocasio-Cortez ha criticato la scelta.

A destra la pressione è già alta e contraria: c’è chi spiega che quello che sta succedendo era prevedibile e che la ragione per l’insistenza di Trump sul confine avesse delle basi serie e non fosse propaganda. La verità è diversa: da anni l’immigrazione in senso stretto è in calo e la crisi al confine dipende soprattutto dalla fuga di massa dalla violenza (El Salvador ha il più alto tasso di omicidi pro capite del pianeta, l’Honduras il quarto). In maniera diversa, si tratta di una polemica simile a quella degli sbarchi in Italia: l’imputato sui numeri assoluti di immigrati è molto limitato, ma la crisi è visibile, difficile da gestire e molto facile da cavalcare politicamente.

L’idea dell’amministrazione Biden per rispondere all’emergenza è quella di aprire dei centri il più umani possibili e di svolgere le pratiche per l’accettazione o il respingimento della domanda d’asilo in 72 ore: più Ellis Island che carcere, insomma. Per mettere in atto questo piano e per superare questo primo ostacolo, Biden ha chiesto alla Federal Emergency Management Agency (FEMA), la Protezione civile federale, di intervenire con strutture e logistica. La speranza dei democratici è di gestire la situazione, cominciare a cooperare con i Paesi centroamericani cui vuole destinare risorse e avviare la discussione su una riforma dell’immigrazione.

La riforma dell’immigrazione

Questo sarà l’ostacolo più grande di tutti. Come abbiamo visto nel 2016 con Trump, la paura dell’immigrazione è un’arma politica forte. E Trump ha già cominciato a cavalcarla durante il primo discorso fatto dopo l’uscita dalla Casa Bianca. I democratici ne vogliono una che non li danneggi troppo nelle aree dove il tema è sentito ma che al contempo li faccia risultare come il partito che ha normalizzato una situazione anormale da decenni e regolarizzato i milioni che vivono negli Stati Uniti da anni senza documenti (si stima che la metà degli 11 milioni di indocumentados risiedano negli States da più di 10 anni).

Bilanciare le richieste delle organizzazioni latine, delle chiese e quelle dei moderati sarà difficile. I repubblicani, che pure dovrebbero temere l’idea che Biden si intesti da solo un risultato epocale, stanno alla finestra nella speranza che non se ne faccia nulla. Non un granché come visione del futuro, ma, se una riforma non dovesse passare – e sarà difficile senza nemmeno un voto del Grand Old Party in Senato – un successo in termini di tattica politica. L’impressione è che il dibattito vero sulla riforma dell’immigrazione l’avremo dopo le elezioni di mezzo termine. Ma nel frattempo nuove crisi al confine potrebbero creare occasioni politiche o disastri per l’amministrazione in carica.

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L'AUTORE

Martino Mazzonis

Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).
GUALA