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Greta: non ascoltate me, ascoltate la scienza!

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Greta e milioni di ragazzi denunciano un pericolo reale non ancora percepito. Chiedono agli adulti di seguire quello che gli esperti dicono da tempo

Greta Thunberg parla alla Conferenza Onu sul Clima a Madrid. Greta è arrivata in Spagna lo scorso dicembre per la Cop25 dopo un viaggio a emissioni zero in barca a vela attraverso l’Atlantico. REUTERS/Susana Vera
Greta Thunberg parla alla Conferenza Onu sul Clima a Madrid. Greta è arrivata in Spagna lo scorso dicembre per la Cop25 dopo un viaggio a emissioni zero in barca a vela attraverso l’Atlantico. REUTERS/Susana Vera

“Sono quasi sicura che ci estingueremo nel giro di poco tempo e ciò mi spaventa molto”. La ragazza risponde dopo qualche secondo di riflessione − le abbiamo chiesto se pensa davvero che l'estinzione umana sia una prospettiva concreta – parla con un tono calmo ma le sue parole sono di ghiaccio. Ha sedici anni. La stessa età che Greta Thunberg compirà il 3 gennaio 2020. È stata lei, la teenager svedese che ha dato origine alla rivolta planetaria dei giovani, a trovare la chiave per provare a salvare il mondo. L'ultima speranza. La paura.

 “Gli adulti continuano a ripetere che bisogna dare speranza ai giovani. Ma io non voglio la vostra speranza. Non voglio che voi siate ottimisti, voglio che siate in preda al panico” ha detto Greta esattamente un anno fa nel suo discorso più celebre, quello scagliato sulla platea del Forum economico di Davos. “Voglio che proviate la paura che io provo ogni giorno. E poi voglio che agiate come fareste nel pieno di un'emergenza. Voglio che vi diate da fare come se la vostra casa fosse in fiamme, perché lo è.”

La paura ha ispirato Greta. L’ha bloccata, quando all’età di undici anni ha smesso di mangiare e parlare perché profondamente depressa per le sorti del pianeta. Le fu allora diagnosticata la sindrome di Asperger che lei chiama “il mio super potere”. La paura l’ha fatta agire. A quattordici anni è una delle vincitrici del concorso bandito dal quotidiano Svenska Dagblet per un articolo sui mutamenti climatici. “Come posso sentirmi al sicuro quando so che siamo nel pieno di una delle più grandi emergenze della storia dell’umanità?”, scrive.

 “All’epoca avevo l’impressione di essere l’unica alla quale importasse del clima e della crisi ambientale”, ha raccontato Greta a Justin Rowlatt della BBC. In poco tempo convince i suoi genitori a non mangiare più carne e a smettere di viaggiare in aereo per diminuire le emissioni in atmosfera. La madre di Greta, Malena Ernman, è una famosa cantante lirica che ha virato al pop, nel 2009 ha rappresentato la Svezia all’Eurovision song contest di Mosca. La sua carriera dipende dai viaggi in aereo.

La famiglia di Greta non è una famiglia comune. Suo padre, Svante Thunberg, è un attore. Non particolarmente noto, ha recitato in un piccolo ruolo nello sceneggiato tv più popolare in Svezia alla fine degli anni Novanta. Il nonno di Greta, Olof Thunberg, è un attore e regista famoso che ha recitato con Ingmar Bergman, ma i bambini svedesi ne conoscono soprattutto la voce da doppiatore dei classici cartoni animati Disney. Curiosamente, Svante sostiene di dovere il suo nome a una lontana parentela con Svante Arthenius, chimico e fisico svedese pioniere negli studi sugli effetti in atmosfera delle emissioni di anidride carbonica causate dall’opera dell’uomo; nel 1903 ad Arthenius fu assegnato il premio Nobel per la chimica. Prima di Greta, era la madre Malena a essere conosciuta per il suo impegno ecologista. Tanto da essere stata premiata dal WWF svedese nel 2017. L’anno successivo, mentre Greta cominciava i suoi primi scioperi, Malena ha pubblicato un libro sulla sua famiglia e sulla battaglia contro i cambiamenti climatici, Scenes from the Heart. Molti avversari delle campagne di Greta sostengono che le prime uscite pubbliche dell’adolescente facessero parte di una campagna per il lancio del libro.

“Mia figlia di 14 anni, ispirata da Greta, ha deciso di scioperare e unirsi alle proteste in centro a Washington”, ha raccontato Franklin Foer su The Atlantic. “Ha anche sofferto di attacchi di panico e io vorrei alzare una diga per proteggerla dalle paure. Ma dal suo esempio ho capito che il mio desiderio paterno di tranquillità è roba da fantasia infantile; l’ansia è la risposta da adulto. Per proteggere i nostri figli dobbiamo abbracciare la loro disperazione.”

“Penso che l’estinzione sia una prospettiva reale, forse già per la nostra generazione, sicuramente il nostro futuro sarà molto difficile”, sostiene Rosa, 15 anni. “Vorrei che non fosse così, ma non ne sono molto sicura”, dice Elisa, 11 anni. “Magari non nei prossimi cinquant’anni, ma l’estinzione è una prospettiva reale se continuiamo a distruggere il nostro pianeta”, è l’opinione di Chiara, 15 anni. “Io penso che l’aumento di temperatura in sé non sia un problema senza soluzione, credo fortemente nell’evoluzione. Ma ci sono conseguenze causate dal riscaldamento globale, come l’innalzamento del livello del mare, che sono terribilmente serie”, spiega Giovanni, 12 anni. “Penso che non ci sia un modo per capire dove stiamo andando, ma sicuramente non è molto bello”, ammette Maia, 13 anni. “Non credo che la specie umana sarà completamente estinta, ma la civilizzazione umana come la conosciamo adesso non durerà a lungo se non facciamo qualcosa per cambiare il modo in cui trattiamo il pianeta”, dice Vittoria, 16 anni. E aggiunge: “Ciò che spinge molte ragazze e ragazzi a battersi per questa causa, è il senso di ingiustizia che nasce dalla consapevolezza di quanto sarà difficile il nostro futuro e quello dei nostri figli per colpa delle generazioni precedenti”.

How dare you”, come osate, ha gridato Greta a New York lo scorso settembre, intervenendo alla conferenza Onu sul clima. Un discorso pronunciato con le lacrime agli occhi: “Mi avete rubato i sogni e l’infanzia con le vostre parole vuote. E io sono una delle più fortunate. Le persone stanno soffrendo. Le persone stanno morendo. Interi ecosistemi sono al collasso. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E tutto quello di cui parlate sono i soldi e le favole dell’eterna crescita economica. Come osate”.

In un’epoca in cui le minacce immaginarie alimentano campagne demagogiche e i politici populisti, in tutto l'Occidente, crescono nei sondaggi grazie a false paure − la violenza urbana, le migrazioni −, Greta Thunberg e milioni di ragazzi con lei mettono al centro dell'agenda un pericolo reale. Imminente. Eppure non ancora percepito come tale. “Non ascoltate me, ascoltate la scienza”, ripete spesso Greta.

Nel 1987 il Presidente della Repubblica delle Maldive nel suo intervento all’Assemblea generale dell’Onu spiegò che senza provvedimenti urgenti il suo Paese sarebbe stato sommerso dall’innalzamento del livello dei mari. Nel 1988 il “padre” dell’effetto serra, lo scienziato della Nasa James E. Hanson, annunciò davanti al Senato degli Stati Uniti che era stato misurato l’impatto dell’anidride carbonica sul riscaldamento globale. “L’effetto serra è cominciato, la battaglia del clima richiede urgenti riduzioni nell’utilizzo dei combustibili fossili”, titolava in prima pagina il New York Times il giorno successivo, il 24 giugno 1988. Lo stesso New York Times che trent’anni dopo ha deciso di assumere un opinionista, Bret Stephens, che sminuisce l’impatto dell’uomo sul clima per dare spazio a opinioni diverse. E lo stesso Senato degli Stati Uniti dove nel 2015 un rappresentante del Partito Repubblicano, Jim Inholfe, si è presentato con una palla di neve per dimostrare che il riscaldamento globale non esiste.

D’altronde, se nel dicembre 2015 l’accordo di Parigi ha impegnato 106 Paesi del mondo ad adottare politiche in grado di limitare l’innalzamento della temperatura a 1,5 gradi rispetto al livello preindustriale, in quegli stessi giorni l’uomo destinato a diventare Presidente degli Stati Uniti invocava una “bella dose di riscaldamento globale” per combattere il gelido inverno. Trump usa ancora su Twitter questo genere di ironia da incompetente, mentre ha avviato formalmente il percorso per far uscire gli Usa dagli accordi di Parigi. Nel frattempo gli scienziati che hanno lavorato in ambito Onu all’ultimo rapporto dell’Intergovernmental panel on climate change (IPCC) hanno fissato una scadenza definitiva a tutto questo: per contenere l’aumento di temperatura entro il grado e mezzo bisogna azzerare le emissioni per il 2050. Trent’anni sono pochi, ma c’è un’altra data ancora più vicina: il punto di non ritorno, che sarà raggiunto se i Paesi di tutto il mondo non avranno fatto passi decisivi verso le energie rinnovabili, è fissato al 2035. Elisa, che “da quando sono andata alla prima manifestazione del Friday for future, mesi ormai, non compro più una bottiglietta di plastica”, e Maia, che “in classe litigo sempre con l’unico che ancora porta le bottiglie di plastica perché dice che tanto ormai è troppo tardi per fare qualcosa” non avranno ancora compiuto 30 anni.

Il rapporto Onu dell’IPCC non era stato ancora diffuso quando, il 20 agosto del 2018, Greta Thunberg cominciò il suo primo sciopero per il clima, da sola davanti al Parlamento svedese. Pochi mesi ancora e sarebbe stato lanciato nel Regno Unito il movimento Extinction rebellion, nato dopo che i suoi fondatori avevano approfondito non tanto le ricerche scientifiche sui cambiamenti climatici, ma la storia dei movimenti sociali che hanno avuto successo. L’esempio di Greta si è rapidamente diffuso in tutto il mondo, tra i primi in Europa i giovani di Bruxelles che hanno cominciato a scioperare il giovedì. Ma è il venerdì il giorno che si è affermato per chiedere ai governi di impegnarsi contro il riscaldamento globale. Nel 2019 ci sono stati tre scioperi mondiali per il clima. All’ultimo, in settembre, hanno partecipato sette milioni di persone.

“Le emissioni di gas a effetto serra continuano ad aumentare. Significa che la crisi climatica è di fatto ancora ignorata da chi detiene il potere” ha detto Greta una volta arrivata a Madrid lo scorso dicembre per la Cop25, dopo un viaggio a emissioni zero in barca a vela attraverso l’Atlantico. “Stiamo scioperando da un anno, ma ancora non è successo nulla”, ha aggiunto, prima di unirsi a una marcia di mezzo milione di persone nel centro della capitale spagnola. Non è successo nulla eppure molto è cambiato. “Ormai cerco di limitare ogni spreco, come il fast fashion, le buste e gli involucri di plastica, l’acqua e il cibo. Mi muovo prevalentemente a piedi e dopo essermi informata sui danni che gli allevamenti intensivi provocano al nostro pianeta ho deciso di diventare vegetariana”, racconta Olga, 16 anni. “Ho cercato di convincere gli adulti, ma dare il buon esempio si è rivelato il sistema migliore: puoi dimostrare concretamente che cambiare è possibile”.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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