La crisi finanziaria globale che si è sviluppata e propagata a partire dal 2008 ha lasciato una pesante eredità in termini economici, sociali e politici. Paradossalmente, a fronte della natura globale dei fenomeni da gestire, invece di ricorrere alla cooperazione internazionale, tra i leader dei maggiori paesi è prevalsa la linea di perseguire l’interesse nazionale in un’ottica di breve periodo, in cui l’opportunismo politico e la mancanza di comprensione della natura delle sfide globali hanno prodotto strategie parziali, spesso contraddittorie e comunque inefficaci sperando che, con il tempo, gli squilibri, le disuguaglianze, le turbolenze si sarebbero aggiustate da sole.


LEGGI ANCHE : Nel cyberspazio nulla è come sembra


Vittima di questa involuzione è il sistema delle istituzioni multilaterali che sono il "braccio armato" della cooperazione internazionale. La crisi del multilateralismo è un fenomeno che può avere gravi conseguenze sulla stabilità economica e politica mondiale e che va attentamente monitorato e opportunamente contrastato. Con questo mio intervento auspico si apra su east-west un esame della situazione in cui versano i singoli attori multilaterali operanti nei vari settori della cooperazione internazionale e possano essere formulate proposte per proteggerne l'attività e per rilanciarne il ruolo.

Con la globalizzazione, il sistema della cooperazione si è andato ampliando a nuove aree geografiche e a nuovi settori, per riflesso di cambiamenti del quadro geopolitico e per l’emergere di nuove esigenze di controllo e di gestione di imprevisti sviluppi di rilevanza sistemica. Si è quindi ampliata, in parallelo, la sfera in cui opera o dovrebbe operare la struttura di cooperazione internazionale. Storicamente, le prime forme di cooperazione internazionale sono sorte in campo commerciale e hanno avuto per obiettivi la promozione e il finanziamento degli scambi di materie prime e di beni e l’assicurazione del buon esito dei traffici. Da qui si è passati alla cooperazione in campo monetario e finanziario, volta a evitare ampie e brusche oscillazioni dei cambi delle monete usate nel commercio internazionale. La cooperazione in questi campi ha assunto nel tempo una forte connotazione istituzionale con la creazione, dopo la Seconda guerra mondiale, della rete di agenzie specializzate delle Nazioni Unite, tra cui, in primis, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Complessivamente, la rete di agenzie conta oggi quindici organismi, tra cui la Food and Agriculture Organization, l’Organizzazione mondiale della sanità, e l’Organizzazione internazionale del lavoro.

Il sistema delle istituzioni multilaterali cresciuto sotto l’ombrello delle Nazioni Unite è stato sottoposto a forti tensioni con il progredire della globalizzazione.

Vi è stata una forte crescita del numero dei paesi membri di questi organismi. Ad esempio, nel 1944 furono solo 45 gli stati partecipanti alla Conferenza di Bretton Woods: oggi sono oltre 180 gli stati membri dell’FMI e della Banca Mondiale. Dopo la crisi del 2008 il sistema è apparso incapace di gestire l’ondata di reazioni negative alla globalizzazione e di elaborare una strategia per fronteggiare le irrisolte debolezze strutturali e per soddisfare le nuove esigenze di un pianeta sempre più interconnesso e, quindi, interdipendente.

Un primo inventario delle “cose da fare” è stato approvato il 25 settembre 2015 dalle Nazioni Unite con il lancio dell’Agenda globale per lo sviluppo sostenibile; essa individua 17 obiettivi di sviluppo articolati in 169 traguardi da raggiungere entro il 2030.

Si tratta di un elenco di priorità fondamentali, ciascuna delle quali implica sforzi immani da parte della comunità internazionale, sia per i singoli paesi, sia per le istituzioni multilaterali. Alcune priorità riguardano in particolar modo i paesi e le aree meno sviluppate (sconfiggere la povertà e la fame; garantire acqua pulita e servizi igienico-sanitari; fornire energia pulita e accessibile; promuovere salute e benessere), ma la maggior parte degli obiettivi si riferisce all’intero pianeta (lotta al cambiamento climatico; protezione della vita sulla terra e nei mari; promozione della crescita equilibrata e del lavoro dignitoso; investimenti nelle imprese, nell’innovazioni, nelle infrastrutture, nell’educazione di qualità; riduzione delle disuguaglianze e promozione della parità di genere; realizzazione di città e comunità sostenibili). L’agenda prevede infine due ultimi obiettivi di valenza politica che sono al tempo stesso strumentali al conseguimento delle priorità primarie: pace, giustizia e istituzioni forti; cooperazione tra governi, settore privato e società civile per il conseguimento degli obiettivi. In conclusione, l’agenda conferma quanto numerose e vaste siano le sfide che la comunità internazionale è chiamata ad affrontare per proteggere il nostro pianeta e assicurare prosperità per tutti.

In campo economico, lo sviluppo delle tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale pongono nuove sfide per la sicurezza dei sistemi informatici che governano l’attività dei settori industriali e finanziari nei principali paesi e rendono più lenta, incerta e gravosa la creazione di nuovi posti di lavoro in sostituzione di quelli distrutti dal progresso tecnologico; la gestione delle implicazioni economiche e sociali avrà costi elevati per le finanze pubbliche e per le imprese private. E’ sempre più evidente che per dare risposte efficaci alle sfide della globalizzazione due condizioni devono essere soddisfatte: convincere i principali attori della scena globale a cooperare; reperire le risorse per finanziare i programmi di sviluppo, di risanamento e d’investimento necessari.

Sulla scena monetario-finanziaria, la cooperazione internazionale ha avuto alterne vicende ma non è mai cessata. Lo stesso G-20, nato come gruppo informale di discussione tra ministri finanziari dei paesi del G-7 e delle economie emergenti, è stato elevato a forum primario per la cooperazione economica internazionale a livello politico dei capi di stato e di governo. A questo consesso sono da ricondurre i principali tentativi, di ricostruire le fondamenta della stabilità finanziaria globale. Nel 2009 il G-20 ha preso misure che hanno impedito l’implosione del sistema finanziario globale. Più di recente, nel 2017, il G-20 ha attivato un gruppo di lavoro di cui faccio parte (Eminent Persons Group on Global Financial Governance), con l’obiettivo di formulare proposte per migliorare il funzionamento del sistema finanziario globale, partendo dalla considerazione che il sistema delle istituzioni finanziarie internazionali svolge un ruolo indispensabile. Tre sono le aree prioritarie identificate in cui è necessario agire. La prima è il contributo che le banche multilaterali di sviluppo devono dare alla promozione di una crescita sostenibile e inclusiva nei paesi emergenti, in modo coordinato sotto l’egida della Banca mondiale. La seconda è la definizione di una procedura concordata per individuare e gestire fenomeni di eccessiva volatilità dei flussi di capitale e dei tassi di cambio che sia, quindi, in grado di prevenire e mitigare le crisi finanziarie. La terza è la creazione di una rete di sicurezza finanziaria globale in grado di fronteggiare uno shock di liquidità di natura sistemica.

Su queste tre aree sono state formulate specifiche proposte di intervento che sono state sostanzialmente approvate dai Ministri finanziari e dai Governatori di banche centrali del G-20 in occasione dell’incontro tenutosi a Bali lo scorso ottobre (il rapporto EPG è disponibile sul sito www.globalfinancialgovernance.org). E’ auspicabile ora che si raggiunga un consenso su un’agenda realistica per la loro implementazione. È fondamentale che l’Unione Europea svolga un ruolo attivo nel dibattito e parli con una sola voce.

Per abbonarti, visita la nostra pagina abbonamenti.