Lo abbiamo intuito da tempo, ma forse non riusciamo ancora a comprenderlo e accettarlo. È lo strettissimo legame che lega la politica mondiale al mondo digitale, o per meglio intenderci, al Cyberspazio. La cyber security è il tema centrale nel complesso e travagliato sistema dei rapporti internazionali. Le conseguenze di un attacco informatico possono essere molteplici e spesso disastrose: destabilizzare un governo, distruggere la credibilità di un personaggio politico, ridurre gli stanziamenti finanziari in un settore industriale, o condurre delle azioni di cyber-spionaggio per carpire informazioni fruibili per scopi diversi. Se alcuni annoverano tra le nazioni più “pericolose”, ossia quelle da cui aspettarsi i cyber-attacchi più insidiosi, la Corea del Nord, la Russia, la Cina e l’Arabia Saudita, è altresì vero che stabilire con assoluta certezza la paternità di un attacco è un compito quasi impossibile. Alcuni esempi: chi c’era dietro gli attacchi condotti contro la Sony Pictures Entertainment nel 2014 che provocarono all’azienda un danno di circa 81 milioni di euro? Di recente è stata mossa un’accusa verso un nord-coreano, tale Park Jin-hyok, che, secondo il Federal Bureau of Investigation (FBI), sarebbe stato a capo di un’organizzazione che avrebbe messo letteralmente in ginocchio 230.000 computer in oltre 150 paesi. Ovviamente si tratta solo di un’ipotesi.


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È noto che le tecniche di “tracciamento” di un computer all’interno della rete Internet non forniscono quasi mai garanzie sull’identificazione dell’identità dell’attaccante. Inoltre, l’attribuzione a un singolo individuo della responsabilità di un cyber-attacco, condotto su larga scala e su “bersagli multipli”, è un’ipotesi molto improbabile. Ma il cyber-attacco che ha assunto la veste dell’apoteosi del dubbio, negli ultimi tempi, è certamente quello del Russiagate.

Alcune settimane fa la Cina ha respinto l’accusa del presidente Trump che l’aveva indicata come la responsabile del trafugamento delle email di Hillary Clinton durante le elezioni presidenziali del 2016. Un’affermazione che contrasta con quella di Rod Rosenstein, vice attorney general che si è occupato delle indagini, che indica invece Putin, il Cremlino e il GRU (Servizio informazioni delle forze armate russe), come i veri responsabili della vicenda, evidenziando i vantaggi che l’evento avrebbe provocato a Trump per la sua elezione a Presidente. Le agenzie di intelligence statunitensi (FBI, CIA, NSA) assicurano invece che le migliaia di email rubate dai russi erano state consegnate a Wikileaks per la loro diffusione.

Anche in questo caso, le perplessità abbondano: gli account online riportati nella documentazione dell’indagine non collegano in alcun modo identità reali a quelle utilizzate virtualmente; nel caso in cui l’azione fosse stata condotta realmente dai servizi di intelligence russi, l’attività sarebbe ricaduta quasi certamente sotto il controllo dell’FSB, il servizio segreto della Federazione Russa e non certo del GRU, dato che è il primo ad occuparsi delle attività di spionaggio, controspionaggio, e di tutte le altre riconducibili alla sicurezza della Federazione. Al contrario, il GRU si occupa di intelligence militare per conto delle forze armate. Anche sulla collaborazione di Wikileaks aleggiano forti dubbi. Perché mai l’organizzazione di Julian Assange dovrebbe allearsi con i russi se, sin dal 2010, proprio Wikileaks è tra le maggiori accusatrici del governo di Mosca per l’autoritarismo di Putin, esercitato in un paese definito “Stato-mafia”? Nel 2017 Wikileaks ha perfino diffuso dei documenti che accuserebbero la Russia di spionaggio verso i propri cittadini.

Il nuovo terreno su cui si combatte l’eterno confronto degli uomini sul piano politico, economico, umano e geografico non è più fisico ma virtuale. È un mondo in cui chi riesce a utilizzare al meglio gli strumenti digitali, può contare su risultati impensabili a costi minimali, preservando nel contempo il proprio anonimato. Il commercio delle informazioni rappresenta una delle attività a maggiore redditività, dato che con esse è possibile sfidare Stati, organizzazioni, grandi e piccole aziende, manipolando l’opinione pubblica per distogliere l’attenzione su eventi particolari, o per danneggiare l’immagine di un Paese, un politico o un’organizzazione. Il tutto senza muoversi da casa e a migliaia di miglia. Ma nel Cyberspazio vale una regola fondamentale: nulla è come sembra. Un attacco può provenire da un nemico dichiarato, ma anche da un alleato “fidato” che persegue, segretamente, gli stessi interessi politici e/o economici. La verità si cela all’interno di un meandro di flussi di byte circolanti in Internet, attraverso una ragnatela di sistemi informatici che la rendono spesso inaccessibile o incomprensibile. È il nuovo modo utilizzato dai Paesi per relazionarsi tra loro, per conquistare popolarità tra le masse, per colpire un competitor, per condizionare le scelte politiche ed economiche di un paese, o per condurre delle azioni di forza (spesso anche solo dimostrative) finalizzate all’assunzione di una posizione primaria in un determinato scacchiere geografico.

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