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Il nuovo patto sociale

Un quinquennio di sfide che la Commissione Juncker ha faticato a guidare: il referendum greco, Brexit, Visegrád, il crollo del Ttip, la crisi migratoria

Il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker risponde alle domande dei giornalisti durante una conferenza stampa a Bruxelles relativa all’accordo sulla Brexit. REUTERS/Yves Herman
Il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker risponde alle domande dei giornalisti durante una conferenza stampa a Bruxelles relativa all’accordo sulla Brexit. REUTERS/Yves Herman

Presentando per la prima volta la sua squadra al Parlamento europeo il 10 settembre 2014, Jean-Claude Juncker aveva messo in chiaro che la sua sarebbe stata una Commissione “politica”. Il primo capo dell’esecutivo comunitario con parziale legittimità democratica prometteva in sostanza che Bruxelles, percepita soprattutto come una gigantesca e poco trasparente macchina burocratica, avrebbe dimostrato ai cittadini europei di poter incidere anche politicamente sui grandi temi della nostra epoca.

Fare un bilancio della legislatura Ue che si sta per chiudere deve tuttavia tenere in conto che eurodeputati e commissari lasceranno i loro incarichi in un contesto globale profondamente diverso da quello che avevano trovato cinque anni fa.

La priorità dell’Unione Europea appena uscita dalla più grave crisi mai affrontata, era ridare slancio all’economia degli Stati membri. Si trattava anche e soprattutto di una questione simbolica, ovvero dimostrare che l’austerity, amarissima medicina somministrata negli anni precedenti, avrebbe ripagato chi aveva sofferto i danni delle dolorose riforme con crescita, lavoro e investimenti.

Andava anche ultimata quella governance economica e finanziaria progettata durante gli anni della crisi per migliorare la risposta in caso di nuovo shock, in particolare con il completamento dell’unione bancaria e del mercato unico dei capitali. Ma a quasi sette anni dal suo annuncio, l’unione bancaria resta ancora “un’anatra zoppa”, mancando del suo terzo pilastro, lo schema unico di garanzia sui depositi.

Il rallentamento sulle riforme economiche è dovuto anche a una riformulazione in corso dell’agenda politica europea, avvenuta con l’apparire in Europa del terrore fondamentalista. Ne è un esempio l’avvicendamento tra il commissario britannico con delega chiave ai servizi finanziari Jonathan Hill, dimessosi per scelta di coerenza all’indomani della Brexit, e il diplomatico Julian King che ne ha preso il posto ricevendo tuttavia un nuovo portafoglio sulla sicurezza.

La svolta sarebbe dovuta arrivare dall’ambizioso piano di investimenti della Commissione Juncker, concepito per favorire il riaggancio alla situazione precedente al 2007 e cancellare con un colpo di spugna gli effetti della crisi. In sostanza, si era di fronte al contraltare sul lato della domanda del quantitative easing voluto dalla Banca Centrale Europea nel marzo 2015 che aveva creato un’enorme liquidità sui mercati e che il piano voleva canalizzare su investimenti strategici.

Lo Juncker plan ha mobilitato già a luglio 2018 più degli iniziali 315 miliardi previsti, che ha portato a estenderne la durata sino al 2020 e la capacità a 500 miliardi. L’espansione economica iniziata nel secondo quarto del 2013 e ormai al suo sesto anno consecutivo è stata tuttavia timida e le iniezioni di risorse nell’economia reale hanno contribuito a risultati solo discreti. Tra il primo quarto del 2008 e metà 2018 il Pil reale pro capite nell’area euro è cresciuto del solo 4% e la stessa Commissione ha riconosciuto che in alcune economie miglioramenti negli standard di vita rispetto al decennio passato sono stati pochi o addirittura non esistenti.

Punti di forza del quinquennio Ue che si accinge a concludersi sono la fine del roaming, vale a dire i costi di utilizzo del proprio telefono cellulare all’estero per chiamate e internet, ma anche del geoblocking, che restringeva l’utilizzo transfrontaliero di servizi online. Ed è stato impossibile non accorgersi dell’avanzatissima normativa per la protezione dei dati personali Gdpr (General Data Protection Regulation), al momento della sua entrata in vigore.

Ma se l’approccio della nuova rotta da dare all’Europa doveva portare a essere ambiziosi su grandi temi e modesti nelle piccole cose, è stata soprattutto la performance dell’Ue sui grandi palcoscenici a deludere.

Il primo colpo è arrivato da Atene, con il referendum lampo sulla proposta di bailout della “troika” chiamato dal governo Tsipras, che l’anno prima si era confrontato proprio con Juncker nel surrogato di elezione diretta dello Spitzenkandidaten. È con il referendum greco che la macchina politica Ue ha iniziato a mostrare i primi segnali di scarsa resilienza agli shock politici dovuti a scelte avventate, che avrebbe portato i tempi dell’agenda politica a essere scanditi dagli appuntamenti elettorali.

A pesare come un macigno sul giudizio complessivo c’è la Brexit. Sebbene scelta sovrana del popolo britannico, la legislatura in corso sarà ricordata per sempre come quella in cui l’Europa ha iniziato a perdere pezzi. Anche la gestione incerta della tentata secessione catalana, con una mediazione europea che non c’è mai stata, dimostra che in futuro altre crisi di sovranità richiesta o contesa potrebbero trasformarsi in focolai di tensioni.

Sul piano delle alleanze strategiche, uno degli obiettivi centrali della Commissione Juncker a inizio mandato era quello di raggiungere un ragionevole accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, quel Ttip che costituiva il contrappeso sul lato atlantico della “pivot strategy” di Obama, accantonata poi dalla svolta protezionista di Trump. Una crisi senza precedenti con gli Stati Uniti ha portato anche allo slittamento delle preferenze di partnership americana dalla Germania di Merkel alla Francia di Macron.

Ma il monumento a tutte le debolezze europee del quinquennio resta la gestione della crisi migratoria, rappresentata dall’impasse totale tra Stati membri sulla riforma del regolamento di Dublino sul sistema d’asilo europeo e che ha avuto effetti diretti sull’ascesa del populismo in Europa. Anche la Commissione ha subito un pesante ridimensionamento in materia, dopo aver proposto un meccanismo di ricollocamenti completamente ignorato da molti Stati tra cui quelli del gruppo di Visegrád (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), che avevano scelto il fronte migratorio per sfidare l’Europa.

L’incertezza continua a regnare e non si sa ancora come saranno affrontate le prossime sfide a livello europeo. A prendere iniziativa è rimasto il solo presidente francese Emmanuel Macron, sebbene stia anch’egli soffrendo una crisi di consenso interna. La sua spinta per riformare l’Europa parte da una revisione dell’eurozona e arriva a comprendere anche la creazione di un esercito europeo, ormai non più argomento tabù. Nella legislatura in corso si sono fatti passi in questa direzione grazie all’istituzione di un primo fondo davvero europeo per finanziare l’industria della difesa e soprattutto grazie alla Pesco, una cooperazione rafforzata e struttura che dovrebbe essere prodromica alla creazione di gruppi interforze.

Ma la decisione di Angela Merkel di ritirarsi dalla politica nazionale potrebbe ripercuotersi sul piano europeo con un rallentamento degli sforzi di riforma. Ogni qual volta che la leadership interna tedesca risulta affievolita, i lavori in Consiglio quasi si congelano, come successo recentemente durante i sette mesi impiegati dalla Cdu per formare un nuovo governo dopo le elezioni di settembre 2017.

E con un’Italia che va allo scontro con Commissione e Stati membri e una Spagna in perenne crisi governativa, potrebbe crescere il peso dei quattro di Visegrád, coadiuvati dall’astro nascente del cancelliere austriaco Sebastian Kurz che ha appena chiuso una presidenza del Consiglio europeo di successo.

Nel caso la tornata elettorale premiasse un’Europa a guida popolare e forse anche con un aiuto dei sovranisti, i temi della sicurezza, sia interna che esterna, e del controllo delle migrazioni diventerebbero certamente prioritari. Ma la vera sfida del prossimo mandato sarà con tutta probabilità quella di salvare la stessa integrazione europea. La crisi decisionale e politica in cui la macchina dell’Ue si è avvitata rischia seriamente di mettere in dubbio il progetto intero e servirà impegno e volontà politica per mantenerlo vivo. L’approdo a un’Europa unita non è più considerato un percorso necessario, a cui arrivare comunque per eterogenesi dei fini.

@gerardofortuna

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