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Brexit, disastro no-deal

Non c'è due senza tre. Non passa l’accordo su Brexit per la terza volta. Senza alternative, il 12 aprile scatterà l’uscita senza accordo

Un sostenitore della Brexit tiene cartelli fuori dalla Camera del Parlamento, Londra, Gran Bretagna, 28 marzo 2019. REUTERS/Alkis Konstantinidis
Un sostenitore della Brexit tiene cartelli fuori dalla Camera del Parlamento, Londra, Gran Bretagna, 28 marzo 2019. REUTERS/Alkis Konstantinidis

Con 344 voti contrari e 286 favorevoli, ieri il Parlamento del Regno Unito ha bocciato per la terza volta l’accordo su Brexit che la Prima Ministra Theresa May aveva negoziato con l’Unione Europea. A nulla è valsa l’offerta di May, che si era detta pronta alle dimissioni in caso di approvazione dell’accordo, sperando in questo modo di convincere la frangia più estremista del Partito Conservatore.

Il Governo May assicura che continuerà a lavorare per una «Brexit ordinata», ma il Parlamento britannico ha già dimostrato di non riuscire a trovare una maggioranza su nessuna delle opzioni alternative all’accordo. E il prossimo 12 aprile – la data inizialmente prevista era il 29 marzo, poi rinviata – scatterà di default l’uscita dall’Unione Europea senza accordo (no-deal). La Commissione europea ha fatto sapere di essere pronta a questa eventualità, che considera «probabile».

Lo scenario no-deal è quello ritenuto potenzialmente più negativo sia per l’economia britannica, che sta mostrando i primi segnali preoccupanti, sia per la stabilità stessa del Regno Unito. Da un punto di vista geopolitico, la questione Brexit – specie in caso di no-deal – merita infatti grande attenzione perché potrebbe riaprire vecchie tensioni tra Irlanda del Nord (parte del Regno Unito) e Irlanda (membro dell’Unione Europea).

Il meccanismo di backstop, inserito nell’accordo tra May e la Ue, serve proprio a prevenire il ritorno di un confine rigido tra Belfast e Dublino. Il meccanismo è però molto criticato: anzitutto da chi sostiene una Brexit “dura” e quindi non vuole che il Regno Unito rimanga legato all’Unione; dai nazionalisti del Dup, che temono l’assimilazione dell’Irlanda del Nord alla Repubblica irlandese; e infine dalle altre nazioni britanniche – specie la Scozia –, che vogliono anche loro mantenere uno status doganale privilegiato negli scambi con l’Europa. 

@marcodellaguzzo

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