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RETROSCENA

Taiwan sconfigge il Covid, ma è fuori dall’Oms

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Da inizio pandemia Taiwan ha contato 10 morti totali: un successo colossale. Ma, per questioni geopolitiche, resta esclusa dall’Assemblea mondiale della sanità

Un negozio in vista del capodanno cinese a Taipei, Taiwan, 20 gennaio 2021. REUTERS/Ann Wang

Poco più di mille casi e 10 morti. Totali. Numeri che in Italia apparirebbero come una chimera da avere nel giro di qualche ora, a Taiwan sono quelli generali dall’inizio della pandemia da Covid-19. Un successo a dir poco colossale. Eppure, Taipei è finora rimasta fuori dall’Assemblea mondiale della sanità (Ams). La Repubblica popolare cinese, che ritiene Taiwan parte del suo territorio, resta l’unico interlocutore dell’Ufficio Regionale del Pacifico Occidentale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nonostante di fatto Pechino e Taipei abbiano due Governi e due giurisdizioni differenti. Un tema che potrebbe tornare presto di attualità, dopo che già lo scorso anno diversi Paesi (in primis gli Stati Uniti) si erano esposti per chiedere l’ammissione di Taiwan. Richiesta poi naufragata anche a causa dell’improvviso ritiro dall’Oms da parte di Donald Trump, che aveva accusato l’organizzazione di essere un “fantoccio della Cina”. Ma il vuoto lasciato dal tycoon potrebbe essere riempito da Joe Biden, con conseguente riapertura del caso e potenziali nuove tensioni tra Washington e Pechino.

La gestione della pandemia

Ma iniziamo a capire qualcosa in più sulla gestione sanitaria del coronavirus da parte di Taiwan. A differenza di quanto accaduto altrove, il governo di Taipei ha potuto agire in prevenzione e non in reazione di una ampia diffusione dei contagi. Taiwan si è chiusa in modo pressoché ermetico all’esterno ma è rimasta aperta all’interno. Nessun lockdown, nessuna chiusura di attività commerciali e produttive o delle scuole. Dopo un iniziale stop agli eventi che prevedono partecipazioni di massa come concerti e festival, tutto è ripartito come prima già durante l’estate del 2020. Già nei primissimi giorni di gennaio 2020, quando si parlava ancora solo di “strani polmoniti a Wuhan”, negli aeroporti taiwanesi erano stati installati dei termoscanner per i passeggeri provenienti dalla provincia dello Hubei. I confini sono stati presto chiusi per coloro in arrivo dalle aree a rischio, con le operazioni coordinate dal National Health Command Center da cui dipende il Central Epidemic Command Center. Strutture forti con ampie deleghe decisionali concesse dal potere politico ed eredità della traumatica esperienza della Sars nel 2003. Esperienza che, come accaduto in altri virtuosi esempi di contenimento del Covid in Asia orientale (per esempio in Vietnam), ha garantito una prontezza di riflessi (anche culturale) molto più ampia di quella dei Paesi occidentali.

Il Governo ha subito deciso di aumentare la produzione delle mascherine, ottimizzando la distribuzione attraverso un sistema di acquisto nominale che ne garantisce l’acquisto di un numero limitato ogni settimana. Elementi che hanno portato poi anche alla donazione e all’esportazione di mascherine taiwanesi verso diversi Paesi a livello mondiale, Italia compresa. Anche a Taiwan, come in Cina e in Corea del Sud, si è fatto un largo utilizzo degli strumenti tecnologici, in primis i big data, in un sistema di gestione centralizzato per i dati sanitari e di viaggio, che hanno consentito una forte capacità nel contact tracing e nel backward tracing. Quando, a fine gennaio 2021, si è creato un piccolo focolaio originato dall’ospedale di Taoyuan, in breve tempo sono state rintracciate e messe in quarantena circa cinquemila persone, limitando i contagi a 21 unità.

La riapertura del caso Oms

Tra il 2009 e il 2020, Taiwan ha chiesto di partecipare a 199 riunioni tecniche dell’Oms, ma è stata ammessa solo 69 volte, poco più di tre volte su dieci. La scorsa primavera, dopo che Jared Kushner e altri membri dello staff della Casa Bianca avevano indossato mascherine Made in Taiwan, gli Stati Uniti si erano esposti nel tentativo di far ammettere Taiwan all’Ams. Con loro anche Giappone, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Francia, Regno Unito, Germania, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia si erano espressi a favore. Il successivo ritiro dall’Oms annunciato da Trump aveva però fatto passare in secondo piano l’argomento, che potrebbe però tornare d’attualità nel prossimo futuro. Joe Biden, come promesso già in campagna elettorale, ha stoppato la fuoriuscita di Washington dall’Oms. L’intenzione del Presidente democratico, come già su diversi altri tavoli multilaterali, è quella di tornare a far sentire il peso degli Stati Uniti. Non a caso, c’è anche chi collega le recenti critiche a Pechino di Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms considerato vicino al Governo cinese, al ritorno sulla scena degli Usa.

Il caso del Paraguay

La riapertura del caso della partecipazione di Taiwan all’Ams potrebbe causare nuove tensioni tra Washington e Pechino, che sull’isola democratica si sono già scontrati durante il recente summit in Alaska. Ma c’è un caso particolarmente emblematico del complesso triangolo Cina-Usa-Taiwan in materia di contrasto al Covid-19 (e non solo): è quello del Paraguay. Asuncion è l’ultimo alleato diplomatico di Taipei in Sudamerica. Ma il Governo locale ha un problema: l’approvvigionamento dei vaccini. Taiwan non ha ancora un siero autoctono da offrire e gli Stati Uniti hanno il freno tirato sulle esportazioni. Il Governo della Presidente Tsai Ing-wen ha offerto sostegno economico per le importazioni, ma Pechino cerca di sedurre Asuncion promettendo cospicui invii di sieri cinesi in cambio dello “switch” diplomatico, dunque della rottura con Taipei. Come sempre, tanta carne al fuoco per un’isola il cui ruolo è sempre più fondamentale per capire gli equilibri non solo asiatici ma anche globali.

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L'AUTORE

Lorenzo Lamperti

Giornalista, gestisce la sezione esteri di Affaritaliani, collabora con China Files e Ispi su temi legati a Cina e Asia.
GUALA
AUTEC