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Libia: mediazione faticosa

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I veleni tra i portavoce di Conte e Di Maio rallentano l'efficacia della mediazione italiana

Il Primo Ministro italiano Giuseppe Conte durante una conferenza stampa. REUTERS/Florion Goga
Il Primo Ministro italiano Giuseppe Conte durante una conferenza stampa. REUTERS/Florion Goga

Ha voluto affidare a un’intervista al Corriere della Sera il capo della Farnesina, Luigi Di Maio, la spiegazione (fino a un certo punto) del suo pensiero sulla “gaffe” diplomatica di mercoledì scorso quando un lavoro certosino compiuto insieme da politica, diplomazia e servizi stava per portare a casa un successo davvero insperato per l’Italia. Essere, cioè, il Paese che poteva svolgere le funzioni di “notaio” dell’accettazione della tregua della guerra civile in Libia proposta poche ore prima da Vladimir Putin e Tayyip Erdogan da parte del Presidente del Governo di Alleanza nazionale di Tripoli, Fayez al-Serraj costringendo a più miti consigli anche il generale di Bengasi, Khalifa Haftar.

Tutto era pronto per calibrare fino al minuto l’arrivo a Roma dei due contendenti, Serraj e Haftar. Mercoledì sera alle 18 doveva atterrare a Roma Serraj, proveniente da Bruxelles, prelevato da una macchina dell’Aise (il servizio di intelligence esterna) e portato a Palazzo Chigi per essere ricevuto dal premier Conte. Il generale Haftar, che si trovava già a Roma per colloqui all’ambasciata Usa, doveva essere ricevuto soltanto giovedì mattina, senza particolari onori protocollari, per indurlo ad accettare almeno l’idea di un cessate il fuoco, come proposto dal suo principale sponsor politico (e militare) Putin.

E, invece, tutto è andato nel peggiore dei modi. Haftar è stato ricevuto a Palazzo Chigi per primo e con onori davvero eccessivi per un generale che solo poche ore prima aveva bombardato l’Accademia dei cadetti di Serraj lasciando sul terreno almeno trenta giovani reclute. Per di più una notizia fake, secondo la quale Serraj e Haftar si sarebbero potuti incontrare sulla soglia di Palazzo Chigi, ha costretto il Presidente del Governo di Alleanza nazionale a cambiare il piano di volo e saltare lo stop a Roma dirigendo direttamente su Tripoli.

Ma come è stata possibile questa clamorosa gaffe? Perché le insistenze della delegazione di Bengasi a essere ricevuti per primi non sono state respinte e anzi incoraggiate?

L’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Buccino, e il consigliere diplomatico di Conte, Piero Benassi, avevano fino a poco prima lavorato insieme per il successo degli incontri romani. Ma, alla fine, lo stesso premier ha ceduto alle insistenze del suo portavoce Rocco Casalino, che già immaginava come vendere la presenza di Haftar a Chigi, insomma un’ottima occasione da foto opportunity per oscurare la visibilità in crescita del ministro degli Esteri Di Maio, in quelle stesse ore impegnato in un periplo nel Medio Oriente (Turchia, Egitto e Algeria). Il risultato è stato un clamoroso autogoal dal quale il Governo Conte farà fatica ora a risollevarsi.

Ma c’è chi sostiene come dietro alla gaffe ci sia una rivalità mai sopita tra Casalino e il portavoce di Di Maio, Augusto Rubei, lo stesso che svolgeva le funzioni di “stratega” della comunicazione dell’ex Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, la stessa che sosteneva come a Misurata non vi erano problemi per i soldati italiani dell’ospedale da campo perché le milizie “si sparavano tra di loro”.

Una rivalità, quella tra Casalino e Rubei, che viene da lontano (fin da quando Rubei era portavoce del sindaco di Roma Virginia Raggi) e che si intreccia con i mal di pancia dei grillini della prima ora verso il modus operandi troppo “disinvolto” di Casalino. L’ex factotum di Lele Mora è riuscito a trasformare Conte in uno “statista” sostenuto dalla Casa Bianca e da Bruxelles ma non è mai stato davvero il capo della comunicazione dei 5 Stelle. Semmai solo il portavoce di alcuni capi del movimento, come Casaleggio e Di Maio. E proprio Di Maio lo ha visto troppo impegnato a promuovere l’immagine di Conte, mettendo in secondo piano le ragioni del Movimento.

Nell’intervista concessa al Corriere il capo della Farnesina formalmente difende Conte ma in maniera fredda e con qualche “veleno”, come quando ricorda che sulla Libia “il Presidente sta dando il massimo. Ricordo a tutti che è lui l’autore della Conferenza di Palermo”. Come a dire, quella conferenza che non ha affatto risolto i problemi della Libia, semmai li ha solo cronicizzati. Quanto alla gaffe, Di Maio sostiene che “Il Presidente ha la sua agenda, specie se deve ricevere un omologo” mentre “il nostro corpo diplomatico è leale e corretto sempre”. Una rivalità che ci porterà ad altre “gaffes”? Ad altre debacle diplomatiche?

Ma nel frattempo, dopo la gaffe, Serraj si è convinto a fare un passaggio a Roma e incontrerà Conte.

@pelosigerardo

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