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La Via della Seta e della discordia

Entusiasmo dei 5 Stelle per il mini-accordo con Pechino. Prudenza di Lega e Farnesina

Il vicepremier Luigi Di Maio tiene una conferenza stampa a Roma, Italia, 8 marzo 2019. REUTERS/Remo Casilli
Il vicepremier Luigi Di Maio tiene una conferenza stampa a Roma, Italia, 8 marzo 2019. REUTERS/Remo Casilli

Non c’è solo la Tav Torino-Lione a dividere i due azionisti di maggioranza del Governo Lega e Movimento 5 Stelle.

Un ulteriore motivo di frizione viene ora dalla firma a Roma del Memorandum of Understanding per il quadro di riferimento dei progetti della Belt and Road Initiative (BRI) ossia la nuova Via della Seta nell’ambito della visita di Stato del Presidente cinese Xi Jinping in Italia.

L’Italia, fin dal tempo del Governo Gentiloni, è stato il primo Paese del G7 a guardare con favore al progetto che coinvolge oltre 65 Paesi di Asia, Europa e Africa per investimenti complessivi dell’ordine di 900 miliardi di dollari. Il sottosegretario al Mise Michele Geraci (5 Stelle), vero fan di Pechino, ha preannunciato al Financial Times che l’Italia sarà il primo Paese Ue e G7 a firmare le prime intese della BRI. Salvo poi fare una strategica marcia indietro di fronte alle alzate di scudo da parte dell’amministrazione Usa e della Commissione Ue, che guardano con estrema preoccupazione alle fughe in avanti dell’Italia perchè potrebbero compromettere le tradizionali alleanze con gli Usa e gli altri partner europei molto più prudenti con Pechino.

Ma, a fronte di un entusiasmo di Di Maio e dei 5 Stelle, Quirinale, Farnesina e Lega sono molti più cauti e invitano alla prudenza con Pechino. Ecco perché, alla fine, si sarebbe scelta una sorta di mini-intesa, un Memorandum of Understanding in versione “light” che verrebbe firmato il 22 e 23 marzo tra il Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio e dal suo omologo cinese. Il Mou è stato già negoziato e farà stato del fatto che «il Governo italiano è interessato a tutte le iniziative dirette a sviluppare infrastrutture per la connettività euro-asiatica, quale volano per la crescita economica e lo sviluppo sostenibile».

L'Italia si dirà disponibile alla collaborazione nel quadro della Belt and Road Initiative (BRI) e ad altre iniziative in fase di sviluppo in Asia e in Europa. Si tiene tuttavia a precisare che il testo del Memorandum non costituisce un accordo internazionale ma “fissa coordinate di riferimento per un auspicato impegno congiunto a favore della connettività euro-asiatica, nell'interesse delle Parti e nel rispetto delle normative nazionali, europee ed internazionali”. Il testo, su richiesta italiana, imposta la collaborazione sui principi, cari alla Ue, di trasparenza, sostenibilità finanziaria e ambientale.

Ma su un punto Quirinale, Farnesina e Lega hanno chiesto (e ottenuto) un preciso impegno: “interesse e partecipazione italiana sono e saranno declinate in linea con i criteri e i principi condivisi in quadro Ue, al cui sviluppo l'Italia ha contribuito”.

Questo anche per evitare altre brutte figure internazionali, oltre a quelle che il Movimento 5 Stelle ha finora collezionato, a cominciare dal gasdotto Tap (che non si può chiudere se non con penali miliardarie) e dal megaradar Muos in Sicilia (il cui spegnimento metterebbe a rischio la stessa sicurezza di una larga parte del Mediterraneo e del Medio Oriente).  

@pelosigerardo

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