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L'Europa verde alla prova

La vittoria dei Verdi dimostra la presa di coscienza dell’emergenza ambiente: è pronta l’Unione Europea a dare il suo consistente contributo al pianeta?

Una manifestazione per il clima in Germania. REUTERS/Thilo Schmuelgen/Contrasto
Una manifestazione per il clima in Germania. REUTERS/Thilo Schmuelgen/Contrasto

A 30 anni, Magid Magid è un simbolo della nuova generazione di politici europei: giovani, ambientalisti e con visione internazionale. Nato in Somalia e arrivato nel Regno Unito come rifugiato all’età di 5 anni, a maggio è stato eletto al Parlamento Europeo con i Verdi. Il più giovane tra i deputati europei eletti nel Regno Unito, Magid ha una chiara priorità per il futuro: “Voglio che l’Unione Europea sia leader sulla lotta al cambiamento climatico, che sia un esempio per altri Paesi”, afferma.

La prima prova internazionale della nuova Europa emersa dalle elezioni di maggio sarà il summit sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, il 23 settembre a New York.

L’evento farà il punto sui piani per il 2030 dei Paesi che hanno aderito all’accordo globale sul clima firmato nel 2015 a Parigi. In quell’occasione, 174 Stati e l’Ue s’impegnarono a tagliare le emissioni che causano l’effetto serra in modo da limitare il riscaldamento globale a 2 gradi centigradi, e possibilmente restare entro 1,5 gradi, per la fine del secolo.

Quasi quattro anni dopo l’accordo, un’estate rovente in Europa e lo scioglimento dei ghiacci nell’Artico hanno tuttavia segnalato che quegli obiettivi potrebbero non essere sufficienti e che potrebbe esserci meno tempo per evitare un disastro ambientale e sociale di proporzioni colossali.

In previsione del summit di settembre, iI segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha chiesto ai partecipanti di presentare piani concreti per accelerare il taglio delle emissioni e di impegnarsi a raggiungere la “neutralità carbonica”, cioè a ridurre a zero le emissioni nette di diossido di carbonio (CO₂), il principale gas ad effetto serra, entro il 2050. Ciò significa raggiungere un equilibrio tra attività economiche e ambiente in modo che le restanti emissioni di CO₂ vengano assorbite, ad esempio dalle foreste. Significa anche che i Paesi più sviluppati dovranno tagliare le emissioni in anticipo, dando più tempo a quelli in via di sviluppo per adeguarsi.

Come si presenta l’Europa a questo appuntamento?

L’Unione Europea, una potenza economica che nel 2015 era responsabile del 10% delle emissioni globali, da sempre sostiene l’azione internazionale sul clima. Nel 1997 fu uno dei principali sostenitori del Protocollo di Kyoto, il primo accordo globale sul taglio dei gas serra.

Al suo interno, l’Ue ha deciso di ridurre le emissioni del 20% entro il 2020 rispetto al 1990, un obiettivo raggiunto in anticipo (meno 22% nel 2017). Ha inoltre stabilito di tagliare le emissioni almeno del 40% entro il 2030 e dell’85-90% entro il 2050, adottando una serie di misure per promuovere le energie rinnovabili, ridurre i consumi energetici, limitare le esalazioni dei grandi impianti industriali, delle auto e del trasporto aereo.

La nuova Presidente della Commissione Europea, la conservatrice tedesca Ursula von der Leyen, ha anche promesso di andare oltre proponendo un green deal, un piano verde per l’Europa che prevede la riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030, una legge sui cambiamenti climatici e la creazione di una “banca per il clima” con un trilione di euro da investire nel prossimo decennio.

Otto Paesi (Belgio, Danimarca, Francia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Spagna e Svezia), inoltre, stanno insistendo affinché l’Ue raggiunga la neutralità carbonica entro metà secolo.

Ma non basta.

Nel 2017 i gas serra in Europa hanno ripreso ad aumentare (+0.7% secondo l’Agenzia europea per l’ambiente) e i piani nazionali per raggiungere gli obiettivi del 2030 mostrano diverse carenze, dice una prima valutazione della Commissione Ue.

Molti Governi sono poi riluttanti sulla neutralità carbone, con Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca ed Estonia che hanno bloccato l’adozione del nuovo obiettivo al vertice europeo di giugno.

“Anche se è probabile che i leader Ue raggiungano un accordo entro la fine dell'anno, questo arriverà troppo tardi per il vertice Onu di settembre. Allo stesso tempo, a New York molta più attenzione sarà rivolta agli impegni di riduzione delle emissioni entro il 2030 e i decision-makers di tutta Europa, in particolare i nuovi eletti al Parlamento Europeo e la Presidente della Commissione, sono sempre più sotto pressione per quanto riguarda l’azione contro la crisi climatica,” dichiara Klaus Röhrig, coordinatore delle politiche su clima ed energia presso Climate Action Network (CAN) Europe, una coalizione di gruppi che lavorano sul tema.

Da mesi gli studenti di tutta Europa stanno scendendo in strada per lo “sciopero scolastico per il clima”, un movimento di protesta che da Roma a Bruxelles, Londra e Stoccolma, chiede che non siano le nuove generazioni a pagare le conseguenze del riscaldamento globale.

Ispirato dall’attivista 16enne svedese Greta Thunberg, diventata un’icona dopo aver pronunciato un discorso contro l’irresponsabilità degli adulti al Forum Economico Mondiale di Davos, il movimento ha iniziato a mostrare un’influenza politica.

Secondo un sondaggio dell’Eurobarometro, è stato grazie ai giovani che la partecipazione alle elezioni europee è salita quasi al 51% rispetto al minimo storico del 43% nel 2014. E il cambiamento climatico è stato uno dei temi che hanno influenzato la decisione di voto (37%), insieme a democrazia e diritti umani (37%) e crescita economica (44%). In 8 Paesi, rivela il sondaggio, il clima era la principale preoccupazione degli elettori.

Il risultato è che la questione è diventata un cavallo di battaglia per quasi tutti i partiti e che i Verdi hanno ottenuto 74 deputati (+50% rispetto ai 50 del 2014), diventando il quarto gruppo politico del Parlamento Europeo.

In un contesto frammentato, in cui il partito popolare e il partito social-democratico per la prima volta non controllano più la maggioranza assoluta dei 751 seggi, i Verdi e Renew Europe (a cui ha aderito il partito del Presidente francese Emmanuel Macron), potranno quindi fare da ago della bilancia nei voti più combattuti.

Ursula von der Leyen ha dovuto subito tenerne conto, alzando gli obiettivi proposti per il taglio delle emissioni dal 50 al 55% per assicurarsi il voto di fiducia (appena 383 voti su una maggioranza di 374 deputati).

“Le persone stanno realizzando che dobbiamo fare qualcosa e non si può avere giustizia climatica senza giustizia sociale,” dice Magid Magid, che ha sperimentato come sindaco di Sheffield le difficoltà a reiventarsi di una ex regione industriale. “È una gran cosa che così tanti giovani scioperino per questa causa. Non posso fare a meno di pensare che i nostri politici e i nostri adulti abbiano fallito e che sia ora di dare voce ai giovani. Abbiamo la responsabilità di andare nelle loro comunità, nelle scuole, nei posti che frequentano per riconnetterci con la base. Vogliamo anche portarli a Bruxelles per un grande summit giovanile sul clima.”

A livello politico, dice Magid, il programma dei Verdi chiede di eliminare gradualmente il carbone, migliorare l’efficienza energetica e assicurare che il 100% dell’energia venga da fonti pulite entro il 2030.

“A New York l'Ue dovrebbe dare un chiaro segnale di essere pronta ad aumentare in modo sostanziale il proprio contributo,” aggiunge Klaus Röhrig. CAN Europe chiede di ridurre le emissioni di gas serra almeno del 65% entro il 2030, di ridurre le emissioni nette a zero entro il 2040 e di garantire che tutti i settori economici facciano la loro parte nel modo più rapido e socialmente giusto possibile. Nella discussione del bilancio europeo per i prossimi 7 anni, inoltre, i parlamentari dovranno decidere di eliminare tutti i finanziamenti ai combustibili fossili, dice CAN.

Su questo punto si rischia di giocare la vera battaglia. Il risultato dei Verdi al Parlamento Europeo è stato infatti determinato dal voto in Germania, Francia e Regno Unito e da buoni esiti in Irlanda e Finlandia. Ma nessun seggio è stato guadagnato nei Paesi dell’Europa centrale e orientale, ancora dipendenti da carbone e combustibili fossili.

@Claudiacomms

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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