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La fine di Re Bouteflika

La piazza ha inscenato una primavera araba ritardata. Avremo un epilogo tunisino o egiziano?

Un venditore di palloncini raffiguranti la bandiera nazionale algerina durante le protesta ad Algeri, Algeria, 5 aprile 2019. REUTERS/Ramzi Boudina
Un venditore di palloncini raffiguranti la bandiera nazionale algerina durante le protesta ad Algeri, Algeria, 5 aprile 2019. REUTERS/Ramzi Boudina

Cala il sipario sul ventennio di presidenza di Abdelaziz Bouteflika in Algeria. In carica dal 1999, l’anziano leader si è dimesso martedì 2 aprile dopo settimane di proteste popolari. Da metà febbraio, tutti i venerdì, gli algerini si sono dati appuntamento in piazza per chiedere pacificamente l’uscita di scena di un Presidente che aveva giurato di “morire al potere”.

In pochi avrebbero scommesso che la piazza ce l’avrebbe fatta e invece Bouteflika si è dovuto dimettere. Arrivato alla presidenza in nome della riconciliazione dopo il decennio nero del terrorismo che negli anni ‘90 ha provocato 200mila vittime, il leader algerino ha trasformato la sua presidenza in una sorta di monarchia, con suo fratello minore Said a tessere le fila del potere.

Oggi però mancano i fondi per comprare quella pace civile che lo ha tenuto in auge così a lungo, l’Algeria è attraversata da una crisi economica fortissima: il 30% dei giovani non ha lavoro, la disoccupazione per chi ha meno di 30 anni tocca punte del 54% mentre i miliardi provenienti dalla vendita degli idrocarburi, oggi in forte calo, sono stati sperperati per arricchire gli uomini fedeli al regime.

L’Alto comando dell’esercito, a lungo fedele al Presidente, ha chiesto l’applicazione immediata dell’articolo 102 della Costituzione che sancisce l’impedimento del Presidente della Repubblica a espletare le proprie funzioni. Il Parlamento con la maggioranza dei due terzi dovrà ratificare lo stato d’infermità del Presidente e affidare l’incarico provvisorio al Presidente del Senato, anche lui parecchio impopolare.

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Difficile dire cosa succederà nelle prossime settimane. Quello che chiedono gli algerini scesi in piazza è qualcosa di molto più difficile da ottenere: la caduta del sistema e una vera transizione democratica. Possiamo infatti definirla una primavera araba ritardata, dove le manifestazioni popolari stanno ottenendo un cambiamento impensabile fino a qualche anno fa. Analizzeremo nei prossimi giorni la forze politiche in campo e le prospettive reali di affermazione di una governance pluralista, senza violenze tra fazioni o tra esercito e civili.

@GiuScognamiglio

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