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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Biden al Congresso: un discorso “geopolitico”, oltre che politico

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Per Biden rafforzare il mercato interno fa parte di un progetto più grande che riguarda il mantenimento del primato americano sull’economia e sull’innovazione

Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden si rivolge a una sessione congiunta del Congresso presso Capitol Hill, Washington, Usa. 28 aprile 2021. Melina Mara/Pool via REUTERS

I discorsi del Presidente degli Stati Uniti al Congresso sono un’occasione per parlare non soltanto ai membri delle camere ma anche al “popolo”, e quindi far risuonare soprattutto messaggi di politica interna. Quello di Joe Biden di mercoledì notte – il primo, da quando si è insediato alla Casa Bianca cento giorni fa – non si è allontanato troppo da questa impostazione classica: l’annuncio principale ha riguardato infatti un piano di welfare per le famiglie da 1800 miliardi di dollari, l’American Families Plan, che va ad aggiungersi a quello per il rilancio dell’economia (l’American Rescue Plan, da 1900 miliardi) e a quello per le infrastrutture (l’American Jobs Plan, da oltre 2000 miliardi).

“Competere più strenuamente di quanto non abbiamo fatto”

Il discorso di Biden al Congresso è però andato oltre la dimensione domestica per spostarsi sul piano internazionale, quando il Presidente ha dichiarato che proprio l’American Families Plan – “un investimento da una volta per generazione nelle nostre famiglie e nei nostri figli” – è uno strumento utile per vincere la competizione economica con la Cina. Biden aveva detto la stessa cosa del piano per le infrastrutture, che non servirà soltanto a riparare autostrade e ponti ma soprattutto a mettere gli Stati Uniti nelle giuste condizioni per dominare le nuove industrie dell’energia a basse emissioni di carbonio, della mobilità sostenibile e delle tecnologie avanzate.

“Dobbiamo sviluppare e dominare i prodotti e le tecnologie del futuro”, ha detto Biden: “batterie avanzate, biotecnologie, chip per i computer, energie pulite”. “Siamo in competizione con la Cina e con gli altri Paesi per vincere il XXI secolo […]. Dobbiamo competere più strenuamente di quanto non abbiamo fatto”.

Riportare le filiere a casa

Re-infrastrutturare la nazione e rafforzare il mercato interno, quindi, sono tasselli di una sfida più grande che riguarda il mantenimento del primato americano sull’economia e sull’innovazione. In alcuni casi – come sulle batterie, sui dispositivi per le energie rinnovabili o sul 5G – gli Stati Uniti sono in ritardo rispetto alla Cina.

A questo proposito, durante il suo discorso Biden ha affermato che “non c’è motivo per cui le pale per le turbine eoliche non possano essere costruite a Pittsburgh invece che a Pechino”. Quasi la metà delle turbine per l’eolico vengono prodotte in Cina, così come i due terzi dei pannelli solari.

Biden vuole allora portare la manifattura delle tecnologie per l’energia il più possibile in patria, sia per non far arricchire la Cina – le installazioni rinnovabili dovranno crescere un po’ il tutto il mondo, se si vorranno raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni –, sia per far dipendere gli Stati Uniti dal loro concorrente strategico numero uno.

Il riassetto delle filiere pensato dalla Casa Bianca per renderle più “corte” e più “sicure” passa per il Nordamerica (soprattutto il Canada) e per gli alleati asiatici nell’Indo-Pacifico: Australia, Giappone e India si stanno muovendo in questo senso.

Democrazia contro autocrazia

La competizione con Pechino non è però soltanto economica ma di sistema, ovvero tra forme di Governo diverse: democrazia contro autocrazia. Il Presidente ha detto che il suo omologo cinese Xi Jinping “e altri, autocrati, pensano che nel XXI secolo la democrazia non possa competere con le autocrazie, perché ci vuole troppo tempo per ottenere il consenso”. Per Biden la democrazia è la “fonte del potere” degli Stati Uniti; è ciò che permette alla nazione di esprimere il suo potenziale e di restare alla guida dell’ordine mondiale.

La competizione non è necessariamente qualcosa di negativo – anzi: è più spesso vero il contrario –, purché però non degeneri in conflitto. Nel suo discorso al Congresso Biden ha precisato che gli Stati Uniti accolgono la prima ma non ricercano il secondo. Ma ha anche detto che non tollererà dalla Cina pratiche commerciali scorrette come i sussidi statali alle imprese e i furti di proprietà intellettuale.

“Ho anche detto al Presidente Xi”, ha fatto sapere Biden, “che manterremo una forte presenza militare nell’Indo-Pacifico, proprio come facciamo per la Nato e l’Europa. Non per iniziare un conflitto, ma per prevenirlo”.

Il riferimento potrebbe essere a Taiwan: la Cina considera l’isola una parte del proprio territorio e ricerca l’unificazione; gli Stati Uniti temono un’invasione militare nei prossimi anni (la situazione nell’area è molto tesa, ma più complessa di come descritta dagli americani).

L’accostamento logico dell’Indo-Pacifico alla Nato atlantica non piacerà invece ai membri del Quad, il forum informale sulla sicurezza tra America, Australia, Giappone e India di cui si parla a volte come di una “Nato asiatica”. Sebbene gli altri tre membri condividano le preoccupazioni americane sull’ascesa cinese e vogliano ridurne la dipendenza, resistono però all’idea di una contrapposizione troppo netta, specie sul versante militare.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
GUALA
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