Usa pronti a rientrare nel JCPoA. Ma l’Iran è pronto?


Gli Stati Uniti sono pronti a rientrare nell’accordo sul nucleare, ma non è scontato che l'Iran accetti il dialogo. Inoltre a Biden non interessa l'accordo in sè, ma la stabilità in Medio Oriente

Marco Dell'Aguzzo Marco Dell'Aguzzo
Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore, il manifesto, Vanity Fair, Aspenia e Start Magazine. Si occupa di energia e di affari nordamericani.

Gli Stati Uniti sono pronti a rientrare nell’accordo sul nucleare, ma non è scontato che l’Iran accetti il dialogo. Inoltre a Biden non interessa l’accordo in sè, ma la stabilità in Medio Oriente

Il segretario di Stato americano Antony Blinken durante il suo primo briefing con la stampa al Dipartimento di Stato di Washington, Usa, 27 gennaio 2021. REUTERS/Carlos Barria

Gli Stati Uniti hanno fatto sapere di essere disposti a riprendere il dialogo con l’Iran e a rientrare eventualmente nell’accordo sul nucleare del 2015 (indicato formalmente con la sigla JCPoA), dal quale la precedente amministrazione di Donald Trump si era ritirata nel 2018.

La notizia è stata data da Ned Price, il nuovo portavoce del dipartimento di Stato – l’apparato del Governo americano che si occupa di politica estera –, a seguito di una riunione tra il segretario Antony Blinken e i suoi omologhi britannici, francesi e tedeschi. Più nello specifico, Price ha detto che gli Stati Uniti accetteranno l’invito dell’Unione europea a partecipare ai colloqui con gli altri firmatari originali del JCPoA: ovvero Cina, Francia, Germania, Regno Unito, Russia, Unione europea e ovviamente Iran.

Washington non aveva più preso parte a questi incontri da quando Trump decise di uscire dall’accordo e di imporre tutta una serie di sanzioni verso Teheran, all’interno della cosiddetta campagna di “massima pressione”. In risposta, l’Iran ha violato i termini dell’accordo e comunicato, il mese scorso, che riprenderà ad arricchire l’uranio al 20%: una mossa che avvicina il Paese alla costruzione di un’arma nucleare.

Le motivazioni politiche di Biden

Per capire il significato dell’annuncio di Price, bisogna separare gli aspetti politici da quelli geopolitici.

Sul piano politico, c’è innanzitutto la volontà del nuovo Presidente Joe Biden di distanziarsi dal suo predecessore e ripristinare una politica estera improntata al multilateralismo. Biden ha iniziato da subito a smantellare l’eredità di Trump, ribaltando molte delle sue scelte: ad esempio è rientrato nell’accordo di Parigi sul clima e vuole abolire i patti sulle migrazioni con il Messico e l’America centrale. Trump aveva agito un po’ allo stesso modo: al di là dei calcoli strategici, che esistevano, la sua decisione di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo con l’Iran era motivata anche da un’ostilità personale nei confronti di Barack Obama, che si era speso molto per raggiungere il JCPoA e farlo approvare.

A differenza di Obama, Biden però non può permettersi di investire la stessa quantità di capitale politico sull’Iran. Ha altre battaglie da combattere in patria con il Partito repubblicano (la gestione della pandemia e l’approvazione del suo piano energetico e climatico) e ha altre priorità in politica estera (il contenimento della Cina in Asia; la restaurazione delle alleanze). L’avvicinamento a Teheran non lo ripagherà nemmeno in termini di consenso: secondo un recente sondaggio di Pew, il 74% della popolazione americana ha un’opinione negativa del Paese.

Cosa pensa l’Iran

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